10/26/26

Sul caso Youssef Siher e la criminalizzazione delle mobilitazioni popolari

Stiamo assistendo in queste ore all’acuirsi di una campagna di criminalizzazione e demonizzazione delle crescenti mobilitazioni popolari che stanno interessando tutta Italia, a partire da quelle studentesche fino a quelle contro il riarmo, l’economia di guerra e il carovita, e in questo contesto si inserisce la vasta campagna repressiva e mediatica volta a delegittimare le istanze portate in piazza nelle scorse settimane.
A coronamento di questa campagna, a nostro avviso finalizzata a liquidare le istanze di chi è sceso in piazza nelle ultime settimane, vi è il “caso Siher”: Youssef Siher, italo-marocchino, è stato dapprima sottoposto a fermo alla vigilia del 24 ottobre e si trova attualmente in attesa dell’udienza di convalida. Gli vengono contestati diversi reati, tra cui l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, in quanto sarebbe l’autore di alcune pagine social, create peraltro successivamente al 17 ottobre, che avrebbero invitato a partecipare alle mobilitazioni previste per sabato 24 ottobre.
In un contesto in cui questo governo non solo ha deciso di rispondere al malcontento popolare con la repressione e si prepara a varare nei prossimi mesi una Legge di Bilancio di “lacrime e sangue”, che prevede un aumento di circa 4,5 miliardi di euro di nuove risorse nette destinate al comparto militare, ossia quasi il doppio di quelle stanziate per la tutela della salute pubblica, mentre i prezzi dei carburanti sono alle stelle, anche a causa della politica di guerra fomentata dallo stesso governo, il “caso Siher” rappresenta, a nostro avviso, il tentativo di distogliere l’attenzione dal malcontento dei settori popolari, celandone le reali radici materiali.
Attraverso questa inchiesta e la campagna mediatica che l’ha accompagnata, si cerca infatti di accreditare la suggestione secondo cui dietro gli eventi delle ultime due settimane vi sarebbe una sorta di “regia occulta”, una non meglio identificata “rete volta alla destabilizzazione dell’Italia”.
Anche la scelta del capro espiatorio appare rientrare nello stesso schema: alimentare una narrazione apertamente razzista che identifica nelle seconde generazioni, nei giovani delle periferie e nei cosiddetti “maranza” i protagonisti di una minaccia alla sicurezza, tentando così di spostare il conflitto dal terreno degli interessi di classe a quello delle contrapposizioni identitarie, trasformando le conseguenze delle disuguaglianze economiche in un problema di origine, cultura e appartenenza, in questo caso facendo leva anche sulla solidarietà espressa dallo stesso Siher nei confronti della causa palestinese.
Esprimiamo dunque solidarietà a Youssef Siher, oggetto di una vasta campagna mediatica volta a esonerare il governo dalle proprie responsabilità, a criminalizzare le mobilitazioni popolari e a costruire un “nemico interno”, con il palese intento di contenere il conflitto sociale, distogliendo l’attenzione dalle condizioni materiali che lo alimentano.
Non è la provenienza dei giovani che scendono in piazza, né sono eventuali fantasiosi teoremi, a spiegare la protesta, ma la condizione sociale che li accomuna: nessuna operazione repressiva o campagna di demonizzazione potrà cancellare le contraddizioni di un sistema che scarica i costi della propria crisi sulla classe lavoratrice.

UDAP 

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