5/13/20

SCARCERAZIONI MAFIOSE – DENUNCIARE L’OPERAZIONE BASTARDA DI COLLEGARLE ALLA GIUSTA RIVOLTA DEI DETENUTI

 

Giorni fa su Repubblica, il cui cambio di direttore si sta vedendo subito, diventando in maniera sfacciata megafono del governo, veniva scritto:
“…sul trasferimento agli arresti domiciliari, causa pandemia, di diversi condannati per mafia. Ma come si è arrivati a questa decisione? La sequenza temporale degli eventi è l’unica certezza da cui partire. Si tratta di una catena di episodi che conferma tutti gli interrogativi. Inizia nella prima settimana di marzo. Quando l’emergenza Coronavirus si trasforma in allarme sociale e istituzionale. In quel momento, in diverse case circondariali del Paese scattano delle vere e proprie rivolte. Da Salerno a Napoli, da Roma a Milano.
Il primo incidente risale al 7 marzo. La tensione resta altissima per quattro giorni. I morti sono 12…” 

Quindi si dice che la responsabilità delle scarcerazioni facili di mafiosi, di boss sarebbe stata della rivolta di marzo. Una bastardata per infangare la legittima lotta dei detenuti.
Quelle rivolte furono fatte da tantissimi detenuti e detenute che vengono trattati in diverse carceri peggio delle bestie, che subiscono normalmente vessazioni, repressione, mancanza di cure, fino a torture e che erano e sono stati lasciati senza alcuna protezione per il coronavirus.
Proprio questi detenuti che si sono ribellati ad essere lasciati ad ammalarsi e anche a morire non hanno avuto certo scarcerazioni, ma solo trasferimenti, a volte massacri nelle celle, e nuove vessazioni, riduzione dei diritti, e nessun dei minimi benefici indicati nei Dpcm per l’emergenza coronavirus
Sono decine e decine le testimonianze dei detenuti, dei loro familiari che raccontano questa verità - e che in questo blog sono state puntualmente riportate.

La scarcerazione dei mafiosi e dei loro boss dipende solo e soltanto dalla politica mafiosa di direttori delle carceri, di alcuni magistrati, e della grave responsabilità del Min. Bonafede, di M5S e del governo, che hanno utilizzato l’emergenza coronavirus per trovare finalmente il pretesto per liberare quella gente.
Siamo al legame mafia/Stato e Stato mafia che non è di oggi.
Siamo al “rispetto” e detenzioni d’oro per i boss mafiosi e al carcere-tortura per i detenuti comuni.

Dopo il clamore dei primi giorni, ciò che resterà sono i mafiosi fuori e i detenuti del popolo realmente malati, realmente a rischio dentro.

Dire: un decreto che riporti in carcere i boss mafiosi è cosa ridicola, questi non stanno certo aspettando pacificamente di avere nuove manette.
E non sono certo i fascisti Salvini, Meloni, ancora più amici della feccia mafiosa che possono ora denunciare le scarcerazioni, unicamente per rafforzare la loro guerra per andare loro al governo.

Noi, insieme ai detenuti e ai loro familiari, alle associazioni solidali, dobbiamo continuare la battaglia per la libertà dei detenuti, perchè lo Stato risponda alle richieste di amnistia/indulto. 

Ma chiaramente fare questo osceno e inquinante legame tra scarcerazione dei mafiosi e rivolte dei detenuti vuole porre un pesante blocco a questa battaglia di libertà, di giustizia, di difesa della salute e della vita.
Per questo la manovra in corso va fortemente smascherata e respinta.

5/12/20

Fissato il processo a ottobre per i compagni che contestarono il G7 di Taormina

 Viene notificato in questi giorni il rinvio a giudizio con processo al Tribunale di Messina per compagni accusati di aver contestato il G7 di Taormina del 26/27 maggio 2017 – il processo è fissato per il 14 ottobre 2020.
Questo processo tocca tra gli altri numerosi compagni di proletari comunisti, Slai cobas per il sindacato di classe, Mfpr che in quella occasione diedero il loro contributo di prima linea a questa contestazione.
Il processo deve essere l’occasione non solo per la necessaria difesa legale dei compagni, che sono peraltro gravati da altre condanne e da altri processi, vedi ad esempio i compagni di Taranto, ma per rilanciare con forza l’atto di accusa contro l’imperialismo che produce guerre e pandemia, contro la militarizzazione della Sicilia e del Sud – con l’importanza che ha il NOMUOS, contro le basi USA/NATO/ITALIA, in primis Sigonella, contro l’intervento e il ruolo dell’imperialismo italiano nella situazione nel Mediterraneo e in Libia.
Quindi chiediamo a tutte le forze proletarie e antimperialiste oltre la necessaria solidarietà per i compagni colpiti dalla repressione, di costruire le condizioni per una presenza nazionale al processo
che potrebbe essere accompagnata da un convegno a Messina e da una contemporanea serie di iniziative in altre città italiane.

proletari comunisti
slai cobas per il sindacato di classe
12 maggio 2020

 Al G7 di Taormina maggio 2017


 

5/09/20

La polizia turca attacca il funerale e “arresta” la salma di Ibrahim Gokçek

 

Nella giornata  era prevista la cerimonia funebre, alla quale però non ha potuto partecipare Sultan Gökçek, moglie di Ibrahim, anch’ella membro del Grup Yorum e detenuta in carcere da 4 anni. Sin dalla mattina, la polizia turca ha assediato il quartiere di Gazi, impedendo l’accesso alla strada dove si trova il Cemevi.

L’intera zona circostante è stata isolata da centinaia di poliziotti, assediata da camionette e auto blindate della polizia. Uno scenario simile a quello a cui si è assistito durante il funerale di Helin Bölek, cantante del Grup Yorum.

Di fronte al clima di repressione generale, il Grup Yorum ha chiamato a partecipare politici del partito HDP, artisti e attivisti per denunciare quanto stesse accadendo e dar prova della solidarietà popolare nei confronti dei membri del gruppo, accusati di terrorismo dal regime fascista guidato dall’AKP di Erdogan.

Migliaia di poliziotti hanno circondato il quartiere dove si sarebbe dovuta svolgere la funzione funebre. Nessuno è riuscito ad entrare, neppure i giornalisti.

La polizia ha attaccato, con lanci ripetuti di lacrimogeni e proiettili di gomme, la folla accorsa per partecipare alla cerimonia per onorare il sacrificio portato avanti da Ibrahim e dagli altri membri del Grup Yorum, che si battono per la libertà d’espressione e contro le persecuzioni giudiziarie e poliziesche. Una trentina di persone, tra cui il padre di Ibrahim Gokçek, sono state arrestate dalla polizia.

«La polizia è a caccia di persone che assistono al corteo funebre nel quartiere. Stanno usando munizioni di plastica e minacciano di sparare, se le persone non lasciano il luogo dove sono radunate per celebrare il Grup Yorum» ha detto in un video-messaggio l’avvocato Aysegül Cagatay.

«Ai poliziotti assassini, che continuano ad attaccarci, diciamo che non smetteremo di resistere! Non andremo da nessuna parte finché non adempiremo alla volontà di Ibrahim!», gridano dalla folla.

Dopo aver disperso numerosi manifestanti accorsi per la cerimonia funebre, la polizia turca ha fatto irruzione nell’edificio del Cemevi, portando via il corpo del bassista Ibrahim Gokçek e procedendo all’arresto dell’avvocato Didem Baydar Ünsal e di altri membri del Grup Yorum.

In seguito a questo gesto spregevole gesto, Bahar Kurt del Grup Yorum ha annunciato in un video che si stava recando alla caserma militare Mehmetcik Vakfi con la famiglia di Ibrahim. Un enorme contingente di polizia era in attesa della famiglia. Il carro funebre con la salma è partito poi scortato da diversi veicoli della polizia, in viaggio verso Kayseri, città natale di Ibrahim.

“Ancora una volta, l’AKP non poteva sopportare che migliaia di persone si prendessero cura del corpo di un musicista rivoluzionario e tenessero il loro servizio funebre secondo le proprie radizioni e i propri desideri. Anche in questo caso, come per Helin Bölek, la dell’”avversario politico” è stata sequestrata con la forza e l’illegalità per impedire ad amici e parenti di piangere insieme ed esprimere la loro protesta contro l’ingiustizia. L’AKP non riuscirà mai a usare questa illegalità per impedire alle persone di sostenere Grup Yorum e tutti coloro che rischiano la vita per la libertà e la giustizia”, scrive in un comunicato il Comitato Solidale Grup Yorum, denunciando il ricorso al braccio armato e violento della polizia da parte del governo di Erdogan.

Nulla e nessuno può fermare a Istanbul il funerale rosso per Ibrahim Gökçek

 


Il musicista Ibrahim Gökçek della band Grup Yorum all’età di 39 anni è morto in un ospedale di Istanbul per le conseguenze di uno sciopero della fame. Il bassista aveva rifiutato l’assunzione di cibo per 323 giorni per protestare contro la repressione statale nei confronti del suo gruppo. Gökçek chiedeva la liberazione dei componenti della sua band in carcere con l’accusa di appartenenza al Partito/Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo DHKP – tra cui anche sua moglie Sultan Gökçek da quattro anni in carcerazione preventiva – nonché la rimozione del divieto di esibizione del suo gruppo in vigore da cinque anni, la fine dei processi arbitrari e l’annullamento delle liste di ricercati sulle quali si trovano altri componenti della band. Martedì Gökçek aveva dichiarato concluso il suo sciopero della fame dopo che Grup Yorum aveva dichiarato che l’obiettivo dell’azione era stato raggiunto e deputati e artisti avevano promesso di essere granate per le sue richieste. Già all’inizio di aprile la sua collega della band Helin Bölek era morta in sciopero della fame.
 

 
Giovedì sera in un baleno si è diffusa la notizia della morte di Ibrahim Gökçek. Molte nelle prime ore della sera si sono recate nella casa di riunione e preghiera alevita (Cemevi) nel quartiere Gazi dopo aver appreso la notizia che salma sarebbe stata trasportata lì. Tra i presenti, oltre alla famiglia di Gökçek, anche i parenti di Helin Bölek Mustafa Koçak, un prigioniero politico che con uno sciopero della fame aveva chiesto un processo giusto e che è morto alla fine di aprile in un carcere nei pressi di Izmir. Anche artist* come la cantante Pinar Aydinlar e il deputato HDP Musa Piroğlu sono arrivati per prendere commiato da Gökçek.
 

Dopo un minuto di silenzio, la folla ha intonato la popolare canzone del Grup Yorum „Uğurlama” – turco per „commiato”. Il testo del pezzo, come altre canzoni della band, è stato scritto dal poeta Ibrahim Karaca e parla della situazione degli attivisti di sinistra in Turchia, per i quali la persecuzione e la prigionia fanno parte della quotidianità politica. Uğurlama quindi racconta in modo molto poetico la storia di una coppia di amanti che è costretta a separarsi perché uno dei due deve sparire per motivi politici. Il ritornello recita: „Quando la solitudine irrompe in questa città, un uccello muore durante il suo sonno, tu che parti e te ne vuoi andare, le strade scure sono cieche, sorde e mute. Ehi tu, che ti metti in cammino avvolto nell’amore, sappi, che queste strade passano per le montagne. Se cadi prima di raggiungere il tuo amore, al tuo amore resta l’eco della tua voce.”

5/08/20

Liberare GN Saibaba – campagna sostenuta da ICSPWI


 GN Saibana è uno dei più importanti prigionieri politici in India e tra le figure principali della per l’unità dei movimenti rivoluzionari e antimperialisti in India

 
Dichiarazione del “Comitato per la Difesae la Liberazione del Dr. GN Saibaba”

 
Liberare il Dr. G. N. Saibaba dalla Prigione Centrale di Nagpur, la sua vità è minacciata più che mai dalla pandemia COVID-19 

Negli ultimi sei anni la salute del Dr. G. N. Saibaba, detenuto nella prigione centrale di Nagpur, è peggiorata in misuara allarmante. Il Prof. Saibaba è doecnte inglese presso l’Università di Delhi e attivista dei diritti umani.
A causa della paralisi da poliomelite degli arti inferiori, è disabile al novanta per cento e costretto su sedia a rotelle. Dopo la carcerazione, ha sviluppato ulteriori gravi patologie che hanno provocato danni irreparabili alla sua salute. Il 9 maggio 2014 è stato prelevato dalla sua casa di Delhi dalla polizia del Maharashtra e accusato di diverse imputazioni ai sensi della legislazione per la prevenzione delle attività illegali (UAPA). Nessuno dei materiali elettronici che si presume essere stati sequestrati nell’abitazione di G.N. Saibaba è mai stato prodotto in tribunale né verificati da qualsiasi perito né esperiti in dibttiento. Questi documenti elettronici sono stati direttamente assunti ai sensi dell’articolo 313, e non prodotti nel dibattimento probatorio. Il giudice ha respinto tutte le sentenze della Corte suprema in merito, contrarie all’esclusione di questi documenti dal dibattimenti probatorio ex art. 313. Questi documenti non hanno mai fatto parte del processo.

Il 7 marzo 2017 le sezioni riunite del Tribunali di Gadchiroli ha condannato alll’ergastolo il Dr. GN Saibaba insieme ad altri cinque. Dopo il suo arresto, tranne un breve periodo nel 2016, è stato tenuto nella cella solitaria, una cella “anda” della prigione centrale di Nagpur. Dato il sofraffolamento e le carenze di strutture mediche anche di base delle prigioni indiane e col dilagare della pandemia COVID-19 in tutto il paese, che colpisce in particolare gli anziani e quelli con gravi patologie preesistenti, il futuro del Dr. G. N. Saibaba appare estremamente desolante.
Per tutta la sua vita politica, il Dr. G. N. Saibaba è stato una voce a difesa dei diritti di Adivasi, Dalit, Musulmani e altre comunità
oppresse. Ha parlato contro l’attacco portato dallo Stato ai popoli dell’India centrale nota come “Operazione Green Hunt”. Stava dalla parte dei suoi studenti e ha sostenuto i principi democratici e la giustizia sociale dentro l’Università. Non ha mai nascosto le sue opinioni e le ha praticate lavorando instancabilmente per sostenere lo spirito della democrazia. Nonostante gli ospedali e la stessa direzione del carcere di Nagpur e abbiano ammesso di non disporre delle strutture necessarie a  prendersi cura di una persona con disabilità e disturbi così gravi, il Dr. G. N. Saibaba resta in carcere, senza terapie e gli è engata la libertà su cauzione. Ma mantiene il suo spirito di lotta, anche se la mancanza di strutture mediche lo disumanizzano e negano il diritto fondamentale a una vita dignitosa.
Il Dr. G. N. Saibaba soffre di forti dolori causati dalla degenerazione dei muscoli delle mani. È afflitto da pancreatite, ipertensione, cardiomiopatia, mal di schiena cronico, immobilità e insonnia. Il clima di Nagpur, accentuato dalla situazione delle celle anda, singole e senza finestre, hanno ulteriormente minato la funzionalità del cuore. Di conseguenza, i disturbi peggiorano e, in assenza di qualsiasi sollievo dal dolore e trascurati in di strutture mediche inadeguate, debilitano ulteriormente la sua già fragile salute. Nonostante gli interventi
della Commissione nazionale per i diritti umani e dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, i tribunali hanno ripetutamente negato il rilascio su cauzione.
La Corte Suprema dell’India ha riconosciuto il diritto alla vita dei
prigionieri e disposto che “il trattamento di un essere umano che offenda la sua dignità umana, gli imponga torture evitabili e riduce l’uomo al il livello di una bestia è senza meno arbitrario e può essere messo in discussione ai sensi dell’articolo 14″. L’India è anche firmataria del Patto Internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), che riconosce la dignità degli esseri umani e l’ideale che gli esseri umani liberi godano della libertà civili e politiche. Inoltre, il 1° ottobre 2007 l’India ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CRPD). L’India ha anche adottato la risoluzione delle Nazioni Unite 70/175 sulle norme minime standard per il trattamento dei detenuti (anche noto come Nelson Mandela Rules). Questi trattati, convenzioni e le risoluzioni garantiscono la vita e la dignità a tutte le persone, i prigionieri e le persone con disabilità e dispongono i parametri essenziali necessari per la loro attuazione. Il National Crime Records Bureau sostiene che le prigioni di tutto il paese sono riempite al 117% della loro capacità. In Maharashtra la media supera il 149%, l’impatto della diffusione del COVID-19 in un tali spazi è una probabile condanna a morte per il Dr. Saibaba. 
Il Comitato per la difesa e la liberazione del Dr. GN Saibaba teme per la sua vita e fa appello al governo dell’India e al governo del Maharashtra per l’immediata liberazione del Dr. G. N. Saibaba, alla luce dell’immediata minaccia alla sua vita per il COVID-19. Il Comitato chiama tutte le organizzazioni e i democratici a fare appello alla liberazione di tutti i prigionieri politici.

Firmatari
Prof G. Haragopal
Prof Jagmohan Singh

Prof Manoranjan Mohanty

Prof Amit Bhaduri

Arundhati Roy

Nandita Narain

Karen Gabriel

Sumit Chakravorty

Ashok Bhowmick

Sanjay Kak

PK Vijayan

Vikas Gupta

Biswajit Mohanty

Rakesh Ranjan

Hany Babu

Srikrishna Deva Rao

Seema Azad

AK Ramakrishna

N Raghuram

Anirban Kar

Subrat Kumar Sahu

COMUNICATO DEI PRIGIONIERI POLITICI MAPUCHE IN SCIOPERO DELLA FAME – Massima circolazione e solidarietà

[MAPUCHE]: COMUNICADO PÚBLICO PRESOS POLÍTICOS MAPUCHE CÁRCEL DE ANGOL
04 de Mayo de 2020.

Nos dirigimos a nuestro pueblo nación mapuche, a la comunidad nacional e internacional, organizaciones sociales, estudiantiles, trabajadores y a todos quienes se identifiquen con nuestras justas demandas territoriales y políticas.
Y señalamos a través de este comunicado, que hoy 04 de mayo del 2020 hemos tomado la decisión de iniciar una huelga de hambre líquida para exigir el Estado de Chile lo siguiente:

KIÑE1: La libertad de los prisioneros políticos mapuche o el cambio por una medida alternativa distinta a la prisión, como lo estipula el Convenio de la OIT n° 169, artículos 8, 9 y 10 y considerando también la Declaración de las Naciones Unidas sobre los Derechos de los Pueblos Indígenas.
Estimamos necesaria esta medida como prevención al contagio por la pandemia COVID-19 en
atención a razones humanitarias. Donde el gobierno no ha hecho un pronunciamiento para salvaguardar la vida de los presos políticos mapuche ni de los presos políticos en general.

EPÜ2: Rechazamos el tipo de criterio y la forma en que el Estado de Chile aplica la ley cuando se trata de persecución política, encarcelamiento y condena de personas mapuche versus agentes del Estado.

KÜLA3: Exigimos al Estado de Chile la devolución del territorio ancestral priorizando a los diferentes lof4en resistencia. También exigimos a las empresas forestales hacer abandono del wallmapu ya que éstos son uno de los responsables del desequilibrio de nuestro itrofilmongen (agotamiento del recurso hídrico y la desaparición de la biodiversidad) como también lo son las centrales energéticas, pesqueras, mineras, carreteras. Y de esta misma forma, exigimos desmilitarizar nuestro territorio, ya que sólo protegen los intereses económicos de las empresas transnacionales

MELI5: Hacemos un amplio llamado a los lof en resistencia, organizaciones sociales y a las distintas expresiones de lucha a manifestarse en apoyo a nuestra movilización dejando para ello en libertad de acción.
¡¡AMULEPE TAIN WEICHAN!!6
¡¡MARRICHIWEW!!7
LIBERTAD A TODOS LOS PRESOS POLITICOS MAPUCHE Y A TODOS LOS PRESOS POLITICOS.

  1. Sergio Levinao Levinao
  2. Víctor Llanquileo Pilquimán
  3. Sinecio Huenchullan Queipul
  4. Freddy Marileo Marileo
  5. Juan Queipul Millanao
  6. Juan Calbucoy Montanares
  7. Danilo Nahuelpi Millanao
  8. Reinaldo Penchulef Sepúlveda
Listado de los prisioneros políticos mapuche cárcel de Angol en huelga de hambre
Angol, 04 de mayo de 2020
Wallmapu8.

1 Kiñe significa uno en mapudungun, el lenguaje del pueblo mapuche.
2 Epü significa dos en mapudungun.
3 Küla significa tres en mapudungun.
4 Lof, del mapudungun, significa cierto espacio territorial donde un grupo de familias viven reunidas.
5 Meli significa cuatro en mapudungun.
6 Amulepe Tain Weichan significa nuestra lucha continúa.
7 Marrichiwew significa diez veces venceremos.
8 Wallmapu es el nombre del territorio ancestral del pueblo nación mapuche, que también significa “todo el territorio mapuche”.

Turchia – il compagno Ibrahim Gökçek, Grup Yorum, è morto – Esprimiamo profondo rispetto, rabbia e dolore – Soccorso Rosso Proletario

Dopo 323 giorni di sciopero della fame Ibrahim Gocek che aveva interrotto il suo sciopero della fame il 5 maggio ma in seguito alle complicazioni del suo stato, è morto. Si preparano i funerali nel quartiere Gazi di Istanbul


 

Unirsi alla campagna internazionale per la liberazione di Georges Abdallah

Esigiamo la liberazione immediata di Georges Abdallah!

Il 25 marzo 2020, il ministro della giustizia francese Nicole Belloubet ha annunciato che il governo, in considerazione della crisi sanitaria causata dalla pandemia di COVID-19, aveva preso la decisione di rilasciare diverse migliaia di prigionieri prima della fine delle loro condanne.
Da allora, molte voci sono state sollevate ancora una volta per chiedere il rilascio di Georges Abdallah: non contiamo più le lettere indirizzate a questo proposito al Ministro da collettivi e organizzazioni di solidarietà a livello nazionale e internazionale, nonché gli appelli di parlamentari e funzionari eletti, sempre più attivi in questa lotta.
Eppure è chiaro che anche questa volta, ancora una volta, nonostante la situazione eccezionale di crescente pericolo e urgenza di provvedimenti, attraverso un silenzio assordante e criminale si conferma rifiuto di accettare questi appelli da parte delle autorità politiche e giudiziarie, che pienamente responsabili e colpevoli espongono Georges Abdallah alla minaccia del coronavirus.
Per l’ennesima una volta, a quanto pare, non si parla di liberare Abdallah! Non si parla di rilasciare Georges Abdallah per il quale, ormai da oltre 21 anni, “la richiesta di rilascio non è accettata!”
Nessuna intenzione di liberare Abdallah! Anche se Georges Abdallah ha scontato per intero la condanna minima richiesta già nel 1999 e sia dunque ammissibile alla liberazione da oltre 20 anni.
Nessuna intenzione di liberare Abdallah! Anche se Georges Abdallah ha oggi 69 anni ed è uno dei più vecchi prigionieri politici in Europa, dopo 36 anni di prigionia.

Eppure, se oggi c’è una emergenza da dichiarare, è quella di liberare Georges Abdallah!
Di fronte al ripetuto rigetto da parte delle autorità delle legittime istanze di scarcerazione di Georges Abdallah, noi firmatari di questo appello, chiediamo ancora una volta la liberazione di questo combattente della resistenza e chiamiamo a fare ancora più pressione per cambiare i rapporti di forza, i soli che possono fare piegare i funzionari preposti, come già sottolineato da Georges Abdallah, che già nell’ottobre 2019, dichiarava: “Non è sufficiente che lo stato del Libano chieda la mia liberazione, è necessario ingaggiare una lotta per far capire ai rappresentanti dell’imperialismo francese che la mia incarcerazione inizia a pesare più di ogni possibile ‘ritorsione’ conseguente alla mia liberazione!”
Ascoltiamo e raccogliamo il più largamente possibile, sempre e ovunque, l’appello di Georges Abdallah e, con lui, di tutti i prigionieri politici, e moltiplichiamo le iniziative, nella diversità delle nostre espressioni, per chiedere il suo rilascio immediato, qui e ora!

Che mille iniziative fioriscano!
È insieme e solo insieme che vinceremo!

Firmatari iniziali:
[per sottoscrivere, inviare email a: campagne.unitaire.gabdallah@gmail.com

Unified campaign for the release of Georges Abdallah, ACTA – média autonome et partisan, Action antifa NP2C, National Association of Communists (ANC), International Campaign to Free Ahmad Sa’adat, CAPJPO-EuroPalestine, Cases Rebelles, Collectif “Bassin minier” for the liberation of Georges Ibrahim Abdallah, Collective Against Police Abuse (CLAP33), Collective in support of the Palestinian resistance (CSRP59), Collective Jaunes Etc33, Collective Libérez Georges 33, Collectif Palestine Vaincra, Collective for the liberation of Georges Ibrahim Abdallah (CLGIA), Collective for the liberation of Georges Abdallah 65, Collective 69 to support the Palestinian people, Committee of action and support for the struggles of the Moroccan people, Committee of international support for the people’s war in India, Committee “Liberez-les!”(59-62), Front Uni des Immigrations et des Quartiers Populaires (F.U.I.Q.P), G.R.C, International Solidarity Movement -France (ISM-France), Jeunes révolutionnaires, Belgian Call for the Liberation of Georges Abdallah, le Cri rouge pour la libération des prisonniers révolutionnaires, Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, Nouveau parti anticapitaliste (N.P.A), OCML Voie Prolétarienne, Orchestre Poétique d’Avant-guerre (O.P.A), Parti des Indigènes de la République (P.I.R), Plate-forme Charleroi-Palestine Belgium, Plateforme des prisonniers politiques en Turquie et au Kurdistan, Secours Rouge Lille, Soccorso Rosso Proletario Italia, Solidarité Georges Abdallah Lille, Union Juive Française pour la Paix (U.J.F.P), International Committee for Political Prisoners London, Anti Internment Group London


5/04/20

Un appello per la libertà di Muslum ELMA – da far conoscere e raccogliere

 

Cari compagni e amici
Scriviamo per richiedere il vostro supporto per l’urgente campagna per la libertà del nostro compagno, Müslüm Elma, un instancabile dirigente comunista che ha subito lunghi anni di prigionia in Turchia e dall’aprile 2015 è in prigione a Monaco, Germania.
È uno dei 10 compagni arrestati nell’aprile 2015 nell’ambito di operazioni congiunte tedesco-turche contro il nostro partito. Ad oggi 9 degli arrestati sono stati rilasciati. Ma il caso del compagno Müslüm Elma rimane aperto dato che lo stato tedesco intende continuare a perseguirlo e tenerlo in carcere.
Il compagno Elma soffre di molteplici problemi di salute dovute ai lunghi anni di prigionia, alle torture e maltrattamenti e agli effetti dei ripetuti scioperi della fame e resistenze in prigione. Nonostante le sue condizioni precarie e la minaccia di contagio da Covid-19 in prigione, le autorità tedesche continuano a tenerlo in cella.
Nell’attuale situazione di devastante diffusione del Coronavirus, dobbiamo mobilitarci per estendere la nostra solidarietà collettiva ed esercitare la massima pressione per il rilascio del compagno.
Chiediamo a tutti i compagni di unirsi e unire le forze per contribuire a far avanzare la campagna per la libertà di Müslüm Elma. La campagna è lanciata da UPOTUDAK, (Comitato di solidarietà coi prigionieri politici internazionali). Le versioni inglese, tedesca, spagnola e turca dell’appello : https://www.upotudak.net/
In solidarietà

Ufficio internazionale TKP-ML
2 maggio 2020

LIBERTÀ PER MÜSLÜM ELMA!

Müslüm Elma è detenuto in Germania da 5 anni. Nonostante 9 dei suoi compagni arrestati insieme a lui siano stati rilasciati in attesa del processo, Müslüm Elmais è ancora detenuto nella prigione di Monaco nonostante sia nella categoria più a rischio per la pandemia del contagiosissimo Corona Virus che sta colpendo il mondo intero, per cui migliaia di persone ogni giorno muoiono. Il fatto che Müslüm Elmais sia ancora detenuto mostra l’accanimento del sistema giudiziario e delle sue leggi.
Cinque anni fa, il 15 aprile 2015 Müslüm Elma e altri nove compagni sono stati arrestati nel corso di un’operazione condotta in collaborazione tra Turchia e Germania in Germania, Grecia, Svizzera e Francia. Il 17 giugno 2016, il procedimento penale contro i dieci rivoluzionari è iniziato nel Tribunale regionale superiore di Monaco. Ai sensi degli articoli 129 a, e, b del codice penale tedesco, sono accusati di appartenere o dirigere il Partito Comunista di Turchia Marxista/Leninista, processati a causa delle loro opinioni politiche.

Chi è Müslüm Elma?
Müslüm Elma è nato nel 1960 a Dersim, da una famiglia curda e Alawi. Era politicamente attivo già negli anni del liceo. A causa di queste attività, dovette poi ritirarsi dall’università. La sua vita riflette le politiche repressive e feroci dello stato turco contro comunisti e curdi.
Poco dopo il colpo di stato militare del 12 settembre 1980, Müslüm Elma fu arrestato per le sue attività politiche a Diyarbakır. Dopo il suo arresto, fu sottoposto a torture disumane nei centri di interrogatorio di Antep, Elazig, Urfa e Diyarbakir per oltre sei mesi, e poi trasferito nella famigerata prigione n. 5 di Diyarbakir.
Le torture continuarono durante la detenzione nella prigione di Diyarbakir. In lotta contro di esse, nel 1983 e 1984 Müslüm Elma partecipò per periodi prolungati agi scioperi della fame a oltranza. A causa di questi lunghi digiuni e delle torture subite, soffre ancor oggi di gravi problemi di salute.
Müslüm Elma fu rilasciato dalla prigione di Diyarbakir nel 1992 ma un anno dopo, nel novembre 1993, è nuovamente arrestato, torturato e imprigionato. Dopo un lungo periodo di prigionia, fu rilasciato nel 2002, dopo lo sciopero della fame a oltranza iniziato nel 2000.
A causa delle torture subite nei lunghi anni di detenzione in Turchia, dei conseguenti problemi di salute e del concreto rischio di morte, Müslüm Elma fu costretto a lasciare la Turchia. La sua domanda di asilo in Germania fu accolta nel 2009.
Müslüm Elma ha trascorso molti anni in prigione in Turchia a causa delle sue idee politiche. Oggi è imprigionato in Germania, sempre a causa delle sue idee politiche. La base delle accuse contro di lui sono le informazioni trasmesse dalle autorità di sicurezza turche alle autorità di sicurezza tedesche. Dato che gli agenti di polizia che hanno fornito e firmato queste informative sono detenuti in Turchia per falsificazione di documenti, il fatto che Müslüm Elma venga perseguito sulla base di tali documenti rappresenta una chiara violazione dei suoi diritti e libertà.
Che Müslüm Elma sia detenuto solo a causa della sua identità politica è stato più volte confermato durante questo lungo processo.Chiediamo a tutti di protestare per la liberazione di Müslüm Elma, scrivendo petizioni al Tribunale regionale superiore di Monaco (poststelle@olg-‐m.bayern.de) o al Ministero federale della giustizia (poststelle@bmjv.bund.de)

Libertà per Müslüm Elma!
Libertà per tutti i prigionieri politici!

4/20/20

La solidarietà con le lotte dei detenuti è imprescindibile dalla lotta di classe, perché di classe è la natura del sistema carcerario. SRP

Di seguito pubblichiamo un’importante intervista a Caterina Calia, tratta da Contropiano:

Non ci voleva uno stratega per prevedere che, a fronte della legittima paura per la preoccupazione di contagiarsi e considerando il cronico sovraffollamento delle carceri italiane, con i relativi problemi di vivibilità, si sarebbero prodotte tensioni e proteste da parte della popolazione detenuta. Che giudizio dai dell’operato – in materia di previsione e di predisposizione di serie misure a tutela della salute – del Ministero di Grazia e Giustizia?

Il giudizio non può che essere negativo. Il pericolo legato alla diffusione del virus si è innestato su condizioni di fatiscenza, sovraffollamento, carenza di presìdi sanitari degli istituti penitenziari. Condizioni note anche a chi il carcere lo conosce attraverso i comuni mezzi di informazione e che quindi non potevano cogliere di sorpresa chi istituzionalmente è chiamato ad occuparsi della loro gestione.

Il ministro Bonafede conosce bene le condizioni da terzo mondo in cui versano le patrie galere, ma fin dal suo insediamento ha gareggiato con l’ex ministro dell’interno Salvini nel mostrare il volto più retrivo dello Stato, facendosi addirittura fotografare con sorrisi a trentadue denti con la preda di turno.

Atteggiamenti che rappresentano appieno il suo pensiero e la considerazione che ha dei poveri cristi che abitano le galere, nient’altro che animali da esibire come trofei di un safari perverso, corpi privi di diritti che devono marcire in galera, nient’altro che oggetti al pari delle suppellettili (letti, materassi e armadietti) che risalgono ai tempi della riforma penitenziaria del 1975 e che i detenuti, spinti da paura e disperazione per il timore del contagio, hanno distrutto nel vano tentativo di far sentire la loro voce.

Il suo pensiero e le sue certezze circa la necessità di utilizzare il pugno di ferro non sono state scosse nemmeno dal coronavirus che anzi potrebbe rivelarsi un comodo alleato per liberare posti per i futuri ingressi che, a causa del generale peggioramento delle condizioni economico sociali, sono destinati ad aumentare esponenzialmente.

In questo quadro la risposta alla tua domanda è presto data: pur prevedendo un esito che potrebbe essere addirittura catastrofico in termini di perdita di vite il Ministero della giustizia non ha fatto assolutamente nulla per tutelare la salute dei prigionieri.

Le misure di isolamento imposte alla popolazione: dall’isolamento in casa, alla distanza sociale, al divieto di qualsiasi “assembramento”, al blocco di qualsiasi attività collettiva, di lavoro, di studio, ecc., diventano nel caso della popolazione detenuta, una dimensione ironica e surreale, se non fosse invece drammaticamente tragica.

Le uniche misure adottate dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria hanno il sapore della beffa: blocco dei colloqui con i familiari, blocco di tutte le attività trattamentali, dove esistenti (scuola, incontri con educatori e volontari autorizzati, sportelli giuridici gestiti da associazioni esterne come Antigone, Arci ecc., blocco dei colloqui anche con gli avvocati, garantiti solo per casi di effettiva urgenza e sostituiti con colloqui telefonici e solo in pochi istituti, con videochiamate).

In pratica una vera e propria segregazione rispetto al mondo esterno e al contempo una promiscuità spaventosa all’interno delle celle, in sei o anche otto persone in pochi metri quadrati con un unico cesso alla turca, in fila in cinquanta e più per una doccia e in un numero ancora maggiore negli angusti cortili per l’aria, laddove questa viene almeno in parte garantita.

Finora, a quasi due mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria non c’è stata alcuna distribuzione, adeguata alle necessità e al numero dei ristretti, né di mascherine né di disinfettanti e a dire il vero non vengono garantite nemmeno le forniture ordinarie di saponi e altri materiali per l’igiene personale ed ambientale che, in tantissimi, non possono provvedere ad acquistare con le risorse personali. In concreto le condizioni che i detenuti sono costretti a subire somigliano sempre più a quelle del bestiame rinchiuso negli allevamenti intensivi con un totale e sprezzante azzeramento dei diritti.

La tardiva ed apparente misura deflattiva che il governo ha posto in campo a fronte di un sovraffollamento di oltre il 125%, non ha determinato alcun alleggerimento della grave situazione esistente. La detenzione domiciliare prevista dall’art. 123 del decreto n. 18/2020, cosiddetto “cura italia”, non è che un doppione di una legge già esistente dal 2010, la cosiddetta 199.

In entrambi i casi è prevista la possibilità di espiare gli ultimi 18 mesinella propria abitazione, ma solo per alcune tipologie di reati (vale a dire che restano esclusi da entrambe le previsioni i reati di cui all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, ossia i cosiddetti reati “ostativi”, sia di prima che di seconda fascia, quindi non solo i reati più gravi come l’associazione mafiosa, il sequestro di persona a scopo di estorsione, le associazioni per finalità di terrorismo o finalizzate allo spaccio di sostanze stupefacenti, ma anche tantissime altre tipologie di reato come la rapina aggravata, l’estorsione, l’associazione a delinquere semplice e addirittura il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per citarne solo alcune).

La misura prevista dall’art. 123, al pari di quella prevista dalla Legge 199/2010 non è automatica: è il detenuto a dover presentare la richiesta e ciò mal si concilia con la necessità di fronteggiare la grave emergenza sanitaria in tempi rapidi e contingentati; la decisione – sempre al pari della 199 – è demandata ai magistrati di sorveglianza territorialmente competenti, che non hanno un termine per pronunciarsi e, soprattutto, decidono sulla base dei loro convincimenti ideologico-culturali; quindi situazioni simili vengono spesso decise in modi totalmente difformi.

L’unica misura, asseritamente deflattiva, adottata dal decreto n. 18, peraltro emessa con colpevole ritardo solo il 17 marzo, è subordinata – per le pene da espiare superiori ai sei mesi – all’applicazione dei braccialetti elettronici, la cui carenza impedisce nei fatti l’uscita dal carcere in tempi rapidi. Perciò l’unico provvedimento dettato per l’emergenza sanitaria non allarga le maglie della 199, ma le restringe ulteriormente, rivelandosi per quello che è: un guscio vuoto, un provvedimento del tutto apparente.

La sbandierata uscita di alcune migliaia di detenuti non è stata determinata dalla misura adottata nel DPCM, ma dalla concessione, sui istanza degli avvocati, di arresti domiciliari a ristretti in attesa di giudizio per lo più in relazione a imputazioni di lieve entità (i detenuti in attesa di giudizio erano a marzo oltre 20 mila con una media di circa il 34% a fronte di una media europea di circa il 22%) e dai provvedimenti assunti dalla magistratura di sorveglianza attraverso l’utilizzo della 199, dell’affidamento provvisorio e in misura ridottissima del differimento della pena – sempre nella forma della detenzione domiciliare – per detenuti affetti da gravissime patologie.

Nel conto delle scarcerazioni sono stati inseriti anche i detenuti già ammessi al regime di semilibertà, che con il successivo art. 124 del decreto sono stati autorizzati a permanere la notte nelle proprie abitazioni (fino a giugno), anziché rientrare la sera in carcere. Le centinaia di detenuti ammessi da tempo ai permessi premio e al lavoro all’esterno rimangono invece rinchiusi in carcere, anche se la logica ed il buon senso avrebbe dovuto indurre all’adozione di un analogo provvedimento di provvisoria detenzione domiciliare.

In ogni caso l’uscita di poche migliaia di detenuti, anche se importante per ogni singola persona, non incide in alcun modo nella condizione di vita di chi rimane recluso.

Per alleggerire concretamente le condizioni di vivibilità in carcere e per affrontare in parziale sicurezza la pandemia in atto dovrebbero uscire dal carcere almeno 30 mila persone, così da ridurre in modo importante la presenza dei detenuti dentro le celle e consentire, se non un vero distanziamento sociale, una minore promiscuità che possa attenuare i rischi di contagio.

Di fronte alla sprezzante indifferenza mostrata dal Ministero della Giustizia e dal governo le proteste nelle carceri sono destinate a montare, non perché ci sia dietro una regia occulta ed esterna legata ad organizzazioni criminose o a gruppi di estremisti, come anche è stato detto, ma perché ci sono condizioni di assoluta invivibilità e cresce ogni giorno di più il terrore di morire come topi in trappola per l’aumento quotidiano del numero dei contagiati, sia tra i prigionieri che tra il personale di polizia penitenziaria, mentre si contano i primi morti.

In assenza di provvedimenti urgenti e reali quello che è successo e sta succedendo nelle RSA è purtroppo drammaticamente destinato a ripetersi ed amplificarsi nelle carceri.

E’ evidente che la risposta dello Stato a tali proteste è stata dura e senza nessuna possibile forma di ascolto e mediazione sociale. A distanza di settimane è ancora impreciso il numero dei detenuti morti (in gran parte cittadini extracomunitari) e centinaia sono stati i feriti prodotti dall’intervento delle forze dell’ordine per “ristabilire l’ordine”. Inoltre esistono denunce circostanziate di numerosi pestaggi collettivi avvenuti in quasi tutte le carceri, con il solito corollario di trasferimenti punitivi, i quali, tranne rari casi, si sono consumati senza che i Giudici di Sorveglianza, le Procure o i vari Garanti dei Detenuti potessero impedirli o sanzionare i responsabili. Ritieni che gli Avvocati avrebbero potuto fare di più per impedire questo ennesimo sfregio ai diritti sociali?

La risposta del guardasigilli Bonafede e del DAP alle legittime paure, proteste e rivolte nelle carceri è stata di una violenza inaudita che rimanda a concezioni ed ideologie proprie del ‘giustizialismo’ di marca fascista.

Il numero dei morti nel corso della protesta dovrebbe essere di 14, se non addirittura di 15 prigionieri (ancora, a distanza di 40 giorni non si conosce nemmeno il numero esatto): 5 nel carcere di Modena e 4 negli istituti dove sono stati trasferiti nottetempo (Verona, Parma, Alessandria, Ascoli Piceno), tre nel carcere di Rieti e uno il giorno dopo in ospedale, dove in sette erano stati ricoverati in gravi condizioni e di cui nient’altro si è saputo; uno nel carcere di Bologna e un altro il giorno dopo in ospedale.

Queste morti sono state etichettate come avvenute per overdose da farmaci: metadone a Modena e Rieti, cocktail da farmaci a Bologna, asseritamente presi e consumati dai detenuti nelle infermerie.

Una versione che lascia aperti molti dubbi e interrogativi anche perché fornita a poche ore dalle rivolte, prima che venisse effettuata una sola autopsia. I detenuti morti avrebbero dovuto essere tutti tossici (e sembra che in molti non lo fossero!) e talmente disperati ed ignari delle conseguenze dell’assunzione di farmaci e metadone.

Per non parlare dell’inverosimiglianza che in un numero così elevato anziché pensare ad evadere o mettersi in salvo abbiano deciso di suicidarsi allo stesso modo. Finora non si è parlato di una sola immagine ripresa dalle telecamere che sono ovunque all’interno dei reparti.

E’ comunque criminale il fatto che 4 dei detenuti siano stati trasportati in gravissime condizioni e siano morti nel corso dei trasferimenti punitivi verso altri carceri, invece che verso centri di Pronto Soccorso o punti di assistenza sanitaria.

Naturalmente agli esami autoptici non hanno partecipato consulenti di parte, e del resto non poteva essere altrimenti visto che la gran parte dei prigionieri deceduti erano extracomunitari senza nessun familiare o ufficio diplomatico che abbia potuto interessarsi alla loro sorte.

Il Garante Nazionale, parecchi giorni dopo i fatti, ha annunciato di essersi costituito come persona offesa nei procedimenti aperti d’ufficio dalle Procure e di aver nominato un proprio consulente per la verifica degli esiti autoptici,di fatto confermando che nessun consulente esterno ha partecipato direttamente alle autopsie.

Ci sono testimonianze dirette di estesi e feroci pestaggi dei detenuti, sia nelle carceri dove si è svolta la protesta, sia nelle carceri dove sono stati trasferiti per punizione. Stiamo aspettando che le Procure, gli uffici di sorveglianza e gli uffici dei garanti avviino e portino a termine le loro inchieste in merito, prima o poi qualcosa dovranno fare o almeno dire… forse.

Le misure di limitazione ai colloqui dei detenuti, sia con le famiglie che con i legali (ridotte, se non annullate, dalle misure disposte dal DAP o dalle direzioni), hanno reso difficile il loro intervento. Per 15-20 giorni né i familiari né gli avvocati sono riusciti a sapere dove moltissimi detenuti erano stati trasferiti. E’ un quadro che solo a pezzi si comincia ora a ricostruire.

Sia l’Unione delle camere penali che il Consiglio nazionale forense hanno denunciato le illegalità perpetrate, ma dovranno essere portate avanti forme di protesta adeguate ed efficaci per far emergere quanto di infame ed illegale stanno facendo i funzionari ed i dirigenti del DAP, sotto la responsabilità del ministro (nonché, purtroppo, avvocato) Bonafede!

In particolare penso che vada fortemente sollecitata la costituzione di una Commissione d’Inchiesta in merito alle morti dei detenuti e a quanto avvenuto immediatamente dopo le rivolte e nei giorni successivi.

Penso infine che gli avvocati dovranno assumersi maggiori responsabilità costruendo una rete che consenta di acquisire dettagliate informazioni sulla situazione di tutti i detenuti; una organizzazione con un minimo di struttura e di coordinamento tra le varie regioni e città, così da poter garantire, anche attraverso un sistema di collaborazione e di deleghe, la propria funzione di garanti dei diritti inalienabili dettati dalla Costituzione.

Sarebbe auspicabile anche una presenza e una vigilanza nei presidi che sporadicamente gruppi di familiari e di solidali cercano di organizzare sotto le carceri, “violando” le misure governative!

Nel corso delle proteste dei detenuti è stata avanzata la parola d’ordine dell’Amnistia/Indulto come strumento concreto di depenalizzazione e di decarcerizzazione attiva nei confronti di una amministrazione della giustizia sempre più imperniata sulla generalizzazione di leggi speciali e di decreti securitari.

Un obiettivo difficile da affermare considerato il pesante clima sociale in auge nella società dove la tendenza prevalente nell’agenda politica ufficiale vira decisamente verso forme dispotiche ed autoritarie della governance. Cosa occorrerebbe fare per costruire le condizioni culturali e politiche per far crescere questo obiettivo di Libertà e Giustizia nell’opinione pubblica?

Il pesante clima sociale che tu richiami si compone sostanzialmente di una tendenza governativa nella gestione delle carceri (ormai pluridecennale) orientata ad una politica di sicurezza interna che ha tra i suoi capisaldi il trattamento differenziato, il binomio premio-punizione e il 41bis come apice di un sistema trattamentale punitivo. Una gestione portata avanti dai governi degli ultimi vent’anni e che annovera in personaggi come Salvini e Bonafede i più entusiasti ideologi e gestori.

La politica dell’esclusione sociale di intere fasce di popolazione, che tutti i governi hanno portato avanti in questi ultimi anni, ha avuto al centro la fake newdell’“allarme sociale”, il cui unico obiettivo in realtà è quello di distrarre l’attenzione dalla catastrofe economica e sociale che la crisi ha scatenato anche nei settori di classe, piccoli imprenditori e ceti semi-parassitari, che tali giustizialisti intendono rappresentare.

Ora che questa emergenza fa giustizia della più bieca propaganda degli ultimi anni, mettendo in luce le gravi responsabilità di questo sistema di potere, dallo stato in cui è stata ridotta la sanità alle carceri usate come discariche sociali, dobbiamo avanzare con forza richieste di decarcerizzazione per fronteggiare adeguatamente la immediata emergenza sanitaria all’interno delle carceri.

Molti Stati europei hanno adottato importanti misure per decongestionare le carceri, ma anche stati come Iran e Turchia hanno liberato immediatamente decine e decine di migliaia di detenuti, come misura immediata per alleggerire e gestire la situazione sanitaria e quella sociale.

Solo l’Italia, il paese dove la pandemia ha provocato il più alto numero di vittime rispetto al numero degli abitanti, non ha adottato alcun concreto provvedimento per salvare le vite delle persone che custodisce, barricandosi dietro le solite politiche securitarie.

In assenza di provvedimenti realmente incisivi le carceri rischiano di trasformarsi in lazzaretti-focolai di infezione tra i detenuti, i loro familiari – quando saranno consentiti i colloqui – ed il personale carcerario. Ogni momento perso nell’apertura e sviluppo di questa discussione non può far altro che aggravare quotidianamente la situazione e le sue pericolose conseguenze.

Il numero complessivo dei detenuti è pari a quello di una città di medie dimensioni, ad oggi di circa 58 mila: 9.500 detenuti in custodia cautelare sono ancora in attesa della sentenza di primo grado; 17.000 hanno condanne residue sotto i 24 mesi; 2.700 sono donne; 20.000 sono provenienti da altri paesi e sono detenuti in gran parte per reati di spaccio di sostanze stupefacenti o altri piccoli reati legati alle necessità di sopravvivenza.

La parola d’ordine dell’indulto\amnistia è l’unica che per la sua velocità ed immediatezza potrebbe costituire una risposta adeguata dal punto di vista della Costituzione e della decenza umana e sarebbe l’unica misura immediatamente efficace dal punto di vista dell’emergenza.

Tuttavia, concordando sul fatto che questa strada non sarà priva di ostacoli, visto il quadro politico generale, andrebbero di pari passo avanzate altre richieste come l’applicazione della detenzione domiciliare per tutti quelli che devono espiare pene inferiori a tre anni senza esclusioni legate alla tipologia di reati. Ossia per tutti i detenuti affetti da gravi patologie o di età superiore ai 70 anni; per tutti quelli che sono in carcere da oltre 30 anni, perché una detenzione di tale portata – oltre ad essere indegna in un paese “civile” – ha sicuramente inciso sulle condizioni generali di vita dei prigionieri; per tutti quelli che hanno già scontato 2/3 della pena inflitta.

Andrebbero infine individuate soluzioni alternative per i tanti che pur potendo accedere ai benefici già esistenti rimangono in carcere perché troppo poveri per avere una casa.

Negli anni settanta, ed anche dopo, l’universo/carcere è stato analizzato ed inchiestato da parte del movimento di classe e dalle organizzazioni del conflitto politico e sociale. Tale lavoro contribuì – assieme allo sviluppo generale del conflitto sociale nella società – a far affermare nuovi diritti e forme di alternativa alla detenzione. Con l’affermarsi del liberismo a larga scala e di una conseguente “cultura manettara” le carceri sono tornate ad essere un buco nero e poco osservato.

Tu che, per motivi professionali, frequenti questo universo/carcere puoi dirci come è cambiata la composizione sociale di chi è ristretto in simili luoghi e se – naturalmente in valori statistici – riflette i moderni processi di ristrutturazione economica e sociale in atto nei territori e nel complesso della società?

I processi di liberalizzazione totale dell’organizzazione e del mercato del lavoro hanno determinato una parcellizzazione del processo produttivo, una frammentazione della forza-lavoro, una precarizzazione estrema delle condizioni di lavoro e di vita di tutti i lavoratori, ma in massima parte della forza-lavoro giovanile. Dalle nuove fabbriche informatizzate, ai grandi centri della distribuzione computerizzata, al precariato del piccolo e piccolissimo commercio, fino ai citatissimi riders.

E’ un proletariato che in parte si trova sullo spartiacque tra lavoro periodico e precario e forme di redditualità extralegale. Un altro riflesso del liberismo della nostra epoca è stato l’arrivo di forza-lavoro immigrata di origine comunitaria ed extracomunitaria, e la sua introduzione nel mercato del lavoro in filiere produttive ultraprecarie, quando non semplicemente semischiavistiche.

La gran parte dei detenuti si trovano in carcere perché hanno commesso reati finalizzati a garantirsi i minimi mezzi di sussistenza, un terzo dei detenuti (circa 20 mila) proviene da altri paesi e non ha alcun sostegno economico dall’esterno, quindi possiamo immaginare quale sia la situazione che vivono.

La composizione sociale ha subito notevoli modificazioni rispetto a 40-50 anni fa che vedeva una presenza massiccia di detenuti del ciclo di lotte di quegli anni ed una grossa politicizzazione di gran parte dei settori extralegali.

Ma, mantenendo un minimo livello di analisi strutturale e di inchiesta sociale, si può, io credo, poter dire che anche l’attuale composizione dei prigionieri rappresenta, in gran parte, una vera e propria frazione di proletariato disoccupato escluso dal ciclo produttivo, di precari e schiavizzati senza diritti.

La crisi economica, politica, sociale e sanitaria che stiamo vivendo e che vivremo nei prossimi anni è destinata a scaricarsi prima di tutto sugli ultimi e non a caso l’unica risposta che viene dalle istituzioni è quella di nuove carceri, pacchetti sicurezza e uno stato penale sempre più forcaiolo e pervasivo che oggi approfitta persino della crisi sanitaria per attaccare i diritti e le libertà di tutti.

Alla fine degli anni ‘60 e gli inizi degli anni ’70 del secolo scorso le lotte nelle carceri misero a nudo la natura di classe delle istituzioni totali. Da prima partirono le rivendicazioni per parziali miglioramenti delle condizioni di vita per poi arrivare a vere proprie rivolte che scossero nel profondo l’intero sistema di reclusione.

Queste rivolte si proiettarono oltre le mura coniugandosi con le lotte che si sviluppavano all’esterno e viceversa, portando ad un netto miglioramento delle condizioni di vita ed alla approvazione della riforma penitenziaria del ’75, che li riconosceva come soggetti che – pur privati della libertà – erano titolari di diritti incomprimibili ed insopprimibili, tra questi anche il fondamentale diritto alla salute.

La riforma del 1975 è stata ridotta a carta straccia negli ultimi 20-30 anni così come il timido tentativo di riforma del ministro Orlando, attaccata perché in controtendenza rispetto alle imperanti politiche giustizialiste. Oggi come allora il grido di aiuto dei detenuti ha iniziato a squarciare le mura dell’invisibilità e non può essere fatto cadere nel vuoto.

La questione non sarà solo quella di chiedere il rispetto dei loro diritti costituzionali così come non è solo quella della solidarietà umana verso persone in difficoltà. La questione è quella di solidarizzare con le loro lotte e di valorizzarle come momento di unità di classe, di inserirli nel dibattito e nelle lotte che immagino ci attendano con enorme forza nel prossimo futuro.

4/18/20

Dal video intervento di soccorso rosso proletario


Il 4 aprile 2020, doveva tenersi all’Aquila un corteo contro il carcere/tortura e il carcere-assassino.

Una manifestazione contro differenziazione, isolamento, alta sicurezza, 41 bis. Un corteo in solidarietà con tutti i prigionieri e le prigioniere in lotta, che oggi, alla luce di quanto avvenuto nei giorni delle rivolte e dopo, noi, come soccorso rosso proletario, consideriamo soltanto rimandato e più forte nelle sue ragioni. Le rivolte delle scorse settimane sono state innescate da tempo. Sono decenni che la borghesia, lo stato, forze politiche al governo antepongono le politiche securitarie al servizio del profitto del capitale al benessere e alla cura delle persone!

Hanno fatto delle carceri discariche sociali, criminalizzando povertà ed esclusione.

Il sovraffollamento, le condizioni igienico-sanitarie già disastrose, le generali infami condizioni di detenzione sono state l’humus in cui è germogliato il seme delle rivolte.L’allarme coronavirus e il blocco dei colloqui con i familiari hanno fatto da detonatore.

14 morti, pestaggi, minacce, trasferimenti punitivi, detenuti prelevati notte tempo scalzi e in pigiama per essere deportati chissà dove! Isolamento, torture, riduzione alla fame: questa la risposta dello Stato a chi ha rivendicato con forza il diritto alla salute.

Amnistia, indulto hanno chiesto i detenuti. E della loro effettiva sicurezza non c’e traccia nei decreti.

Ora questi detenuti giustamente ribelli rischiano pene pesantissime, ma senza il loro protagonismo, la loro lotta spontanea, non si sarebbe mai iniziato a fare i conti con l’emergenza carceri in condizioni di contagio coronavirus!

La lotta paga – questo è valido sempre – e negli stati di eccezione come questo, sono stati mezzi di lotta eccezionali che servivano, osando il massimo per avere il minimo.

Le misure decise dal governo per le carceri sono inadeguate a prevenire il contagio tanto che vi è stato un morto nel carcere di Bologna – Era un detenuto, come tanti, in attesa di primo giudizio; e come tanti in cattive condizioni di salute. Ma è morto per coronavirus, nonostante fossero stati chiesti per lui sin da gennaio gli arresti domiciliari per motivi di salute. – e sono aumentati i contagi conosciuti e non conosciuti in varie carceri

La morte per coronavirus tra i detenuti fa paura,e rabbia. Paura per i padroni e gestori di nuove rivolte da un lato, paura dei detenuti di fare la morte del topo dall’altro.

 

Noi continuiamo a dire che la lotta paga, che ribellarsi è giusto!

Pretendiamo che le carceri siano svuotate di almeno 10.000 detenuti – senza alcuna discriminazione dei detenuti accusati di aver partecipato alla rivolta

Pretendiamo che finiscano i pestaggi e le rappresaglie

Pretendiamo verità e giustizia per le morti in carcere mettendo fine alle menzogne

Pretendiamo che vengano ripristinati e aumentati visite, contatti, pacchi dei familiari perché devono sapere e vedere come stanno i detenuti

pretendiamo che i prigionieri politici – ignobilmente tenuti in 41 bis – non vengano discriminati e tutelati

Pretendiamo che venga accolta la proposta dei detenuti – sostenuta da sindacati di base dei lavoratori e associazioni democratiche di Amnistia/indulto!

Così come chiediamo la depenalizzazione delle lotte sociali anche nelle carceri!

Facciamo sentire in tutte le forme il nostro sostegno ai detenuti e i ai prigionieri politici! Informiamo e sosteniamo tutte le manifestazioni di questi giorni, pretendiamo che non vengano caricate e represse dalla polizia

Bombardiamo di e-mails il Ministero di grazia e giustizia!

Sviluppiamo una campagna unitaria e prolungata e organizziamo per il 19 giugno, giornata della solidarietà internazionale con i prigionieri nelle carceri dell’imperialismo per essere tutti uniti sotto le carceri per presentare il conto.


Soccorso rosso proletario
info srpitalia@gmail.com

aprile 2020
il video intervento del 4 aprile: