10/18/26

Francia - la violenza inaccettabile è quella della polizia, con un morto, un'altra mutilazione e oltre 2000 arresti


Manifesto di Supernova

In seguito alla mobilitazione del 17 ottobre 2026, l'apparato statale francese ha messo in atto una repressione senza precedenti. Il bilancio ufficiale, aggiornato dal Ministero dell'Interno, si attesta a 2.397 arresti in tutto il Paese. A Tolosa, dove la prefettura e la procura hanno registrato 107 arresti, la repressione si è concentrata principalmente sui manifestanti, nel tentativo di soffocare le proteste.

A Parigi un manifestante ha perso la vita a seguito di un arresto cardiaco. Trasportato d'urgenza da altri partecipanti al vicino centro di soccorso, l'uomo è morto prima di poter ricevere le cure necessarie in un'atmosfera di asfissia e di estrema tensione imposta dalla polizia, che ha ostacolato il flusso degli aiuti e represso senza sosta le proteste popolari.

A Mulhouse una ragazza adolescente ha perso la vista in un occhio a causa dei colpi di arma da fuoco della polizia. Questa ulteriore mutilazione illustra la violenza dei metodi impiegati dalla polizia per reprimere le proteste sociali. 

Domenica 18 ottobre, in un discorso presidenziale, Emmanuel Macron ha denunciato con veemenza la "violenza inaccettabile", dimostrando la sua fermezza nel non cedere di un millimetro sulle rivendicazioni sociali e respingendo le dimissioni presentate dal ministro dell'Interno Laurent Nuñez in seguito ai fallimenti tattici delle operazioni di polizia. Per criminalizzare ulteriormente il movimento, il primo ministro Sébastien Lecornu ha annunciato sanzioni finanziarie e legali più severe, accolte dalle richieste di partiti di maggioranza, come Horizon, che chiedono lo scioglimento di organizzazioni politiche di sinistra rivoluzionaria come Révolution Permanente.

Da secoursrouge

10/17/26

Un saluto a pugno chiuso da Gino


Dopo che il suo ricorso è stato respinto, Gino si è consegnato alle autorità tedesche ad Hannover. Ma la sua non è una resa, al contrario. Gino ha deciso di continuare a combattere contro il fascismo da prigioniero politico rivoluzionario. Quella che segue è la sua dichiarazione a tutto il movimento antifascista:

Quando vedrete questo video, mi sarò consegnato alla polizia tedesca nella città di Hannover. Ma non sono solo.

Sono stato accompagnato da una delegazione di compagni, dal mio avvocato, e da tutta la solidarietà che ho ricevuto negli ultimi anni.
L’Ungheria ha avviato una repressione contro l’antifascismo nel 2023, dopo che il movimento antifascista aveva contestato la marcia annuale neonazista, sostenuta dalle istituzioni dello Stato ungherese.
Dal mio primo arresto, ho rifiutato ogni estradizione in Ungheria.
Ho cercato rifugio in un altro paese, la Francia.
Per assicurarmi di non finire nelle carceri di tortura ungheresi.
Per proteggermi da un processo farsa che i poteri dello Stato, controllati dal partito di estrema destra di Viktor Orbán, volevano intentare contro di me.

La repressione degli antifascisti è stata condotta intensamente in Germania, ma anche in tutta Europa con l’ampio sostegno delle autorità.
Un secondo mandato d’arresto è stato emesso dalla Germania poche settimane dopo che Parigi si era rifiutata di consegnarmi a Budapest.
Questo dimostra la perseveranza della Germania. Per questo motivo, rischio ancora un processo ingiusto in Germania.
Purtroppo, ho perso la mia seconda battaglia in Francia, perché la legge non è in grado, né ha la volontà, di difendere gli antifascisti dalla follia repressiva delle forze reazionarie del movimento europeo di destra.

Una vita da latitante non è una prospettiva per me.

Non lascerò che lo stato francese decida quando sarà arrivato il momento per me di finire in una prigione tedesca

Non siamo indifesi di fronte alla polizia, alla macchina statale e alle loro decisioni.
Eppure, ho deciso di consegnarmi alla polizia tedesca per continuare la lotta in difesa dell’antifascismo.
Tuttavia, non credo in un sistema che non persegue i crimini dei nazifascisti di oggi.
Non mi inchinerò ai nuovi fascisti europei o americani, che hanno iniziato una caccia contro tutti coloro che si oppongono alla loro agenda.
Credo in una giustizia che non sia punitiva, che non imprigiona gli antifascisti per anni, sottoponendoli a lunghi procedimenti giudiziari. Privati delle loro libertà, perché sembra che arrestare gli antifascisti sia più importante che arrestare intere organizzazioni neofasciste e neonaziste.
Lo squilibrio nell’interesse politico delle autorità tedesche è molto chiaro.
Mentre fascisti come l’AfD sono tra le principali forze politiche, le autorità tedesche hanno deportato Maja in Ungheria, reprimono gli antifascisti e stringono la mano ai regimi fascisti in tutto il mondo.
Solidarietà a Maja, Gabriele, Zaid e a tutti gli antifascisti che scelgono di stare dalla parte giusta della storia.
Libertà per tutti i prigionieri politici.
Viva la lotta rivoluzionaria per la libertà e l’uguaglianza per tutti.
Ci vediamo di nuovo nelle strade.
Il nostro giuramento rimane lo stesso: Mai più guerra, mai più fascismo.

INDIA: New Delhi ancora blindata da 6.000 poliziotti e continuano gli arresti illegali anche per aver sventolato la bandiera indiana...

Il regime messo in piedi dal fascismo hindutva di Modi non sopporta più nessun ostacolo ai propri piani al servizio dei padroni imperialisti e dei padroni del paese, neanche il riferimento alla bandiera tricolore! e continua con gli arresti illegali, la piazza delle manifestazioni Jantar Mantar vietata per sempre, e la repressione generalizzata.

Riportiamo l’articolo di oggi del quotidiano il manifesto

Le proteste della gen z In India l’età mediana è 29 anni, ma chi comanda, e reprime, è sempre la gerontocrazia

Una manifestante viene arrestata durante una protesta a Nuova Delhi – Foto di Vipin/Ap

Più il confronto tra la società civile e il governo indiano prosegue, più pare evidente che l’esecutivo guidato dalla destra hindu sconti un drammatico deficit culturale e anagrafico nei confronti di chi, da quasi tre settimane, assieme ai social media si è preso anche le piazze della capitale New Delhi e non sembra abbia alcuna intenzione di fare passi indietro. Narendra Modi, il primo ministro che dal 2014 governa ininterrottamente il Paese, ha 76 anni; Amith Shah, il suo braccio destro storico e ministro degli interni, ne ha 61; Gyanesh Kumar, il capo della commissione elettorale accusato di brogli e al centro delle proteste popolari, ne ha quasi 65. Secondo le ultime stime, l’età mediana in India supera di poco i 29 anni: cioè metà della popolazione ha meno di 29 anni, e l’altra metà di più.

È UN DATO CENTRALE per provare a capire gli effetti devastanti che l’effervescenza e la reattività fulminea della Gen Z indiana urbana, rappresentata da gruppi variabilmente politicizzati che vanno dall’apolitico Cockroach janata party (Cjp, gli «scarafaggi») fino alla sinistra radicale della All India students’ association (Aisa), sta avendo sulla macchina della repressione e della propaganda di un regime fondamentalmente gerontocratico.

Ieri, sempre a New Delhi, ce n’è stata l’ennesima dimostrazione. In risposta all’arresto di due portavoce degli «scarafaggi» colpevoli di aver sventolato il tricolore nello spiazzo di Jantar Mantar – la storica meta delle proteste della società civile delhese, da poco depennata dai luoghi dove «è permesso» manifestare a New Delhi – il leader e fondatore del Cjp Abhijeet Dipke, 30 anni, aveva chiamato a raccolta la Gen Z per venerdì 16 ottobre a Connaught place (Cp), centro nevralgico del commercio della capitale. L’iniziativa, chiamata «sventola il tricolore», già dal titolo era stata un game – set – match contro la propaganda governativa: l’invito era raggiungere il centro della città alle cinque di pomeriggio e sventolare il tricolore indiano, esattamente come i portavoce degli scarafaggi avevano fatto qualche giorno prima di finire in carcere (oggi è il terzo di cinque giorni dietro le sbarre). «O forse sventolare il tricolore nell’India di Modi è reato?».

Dalla mattina la polizia della capitale, che aveva respinto la richiesta di manifestare, ha cordonato tutto Cp con barricate di metallo e seimila agenti. E quando migliaia di ragazzi e ragazze hanno cominciato ad avvicinarsi, tricolore alla mano, sono partite le detenzioni arbitrarie, le catene umane per difendere «la legge» da chi esprime il dissenso contro l’esecutivo non solo pacificamente, ma sventolando la bandiera indiana.

DIPKE, ripreso dagli smartphone di decine di giornalisti, nella mattinata aveva ricevuto dalla polizia l’ordine di far saltare la manifestazione. Ha risposto uscendo dalla casa dove era ospite a Delhi da solo, con una maglietta raffigurante il Mahatma Gandhi in cammino col suo bastone, tricolore alla mano: appena fuori dal cancello lo aspettavano qualche decina di agenti che lo hanno arrestato «preventivamente» mentre Dipke chiedeva gli fosse spiegato quale reato avesse commesso.

Nel frattempo la leader di Aisa Neha Bora (30 anni), l’altro volto noto di questa stagione di proteste, faceva impazzire gli agenti chiamando a raccolta i suoi a Mandi House (due km da Cp), per poi dirottarli verso la off limits Jantar Mantar: tutto online, tutto sui social. È stata arrestata a poche centinaia di metri dall’obiettivo e sul suo profilo Instagram la si vede urlare slogan con la testa fuori dal finestrino di una camionetta. Mentre scriviamo non sappiamo dove Dipke e Bora siano detenuti, né perché, né per quanto.

10/16/26

Lunedì 19 ottobre presidio solidale con gli studenti della Sapienza sotto processo per aver manifestato contro il genocidio

 


INDIA: Il governo fascista hindutva mette in atto una repressione a tutto spiano contro le popolazioni che si oppongono alla svendita di terra, acqua, foreste… in nome dello “sviluppo”

“Nelle regioni adivasi ricche di minerali dell’India centrale e orientale, le comunità che resistono all’estrazione mineraria, ai progetti industriali, alle dighe e ad altri grandi sviluppi infrastrutturali affrontano azioni della polizia, procedimenti penali e l’arresto di leader del movimento e difensori dei diritti umani.”

riportiamo il comunicato della Campagna contro la Repressione di Stato (CASR) sugli ultimi attacchi del governo contro le popolazioni

COMUNICATO STAMPA

Data: 13 ottobre 2026

La CASR condanna fermamente l’arresto di quattro attivisti nell’ambito dell’AP-UAPA, 2014; Esprime solidarietà con il popolo dell’Arunachal Pradesh che resiste alla proposta della mega-diga di Siang

Nuova Delhi: La Campagna contro la Repressione di Stato (CASR) condanna fermamente la detenzione di quattro attivisti ai sensi dell’Arunachal Pradesh Unlawful Activities (Prevention) Act (AP-UAPA), 2014, per essersi opposti agli studi del rapporto di pre-fattibilità (PFR) relativo al progetto multiuso Siang Upper (SUMP). La CASR si mostra solidale con il popolo dell’Arunachal Pradesh che si oppone alla mega-diga proposta e chiede il rilascio immediato degli attivisti detenuti, il ritiro delle forze di sicurezza dalle aree colpite e l’abbandono del progetto proposto.

I quattro residenti di Geku nel distretto di Upper Siang—Adum Tayom, Omak Paron, Okut Paloh e Oson Paron—sono stati detenuti a seguito delle proteste contro il progetto proposto. La loro detenzione solleva serie preoccupazioni sull’uso di leggi repressive per sopprimere il dissenso democratico e criminalizzare le comunità che difendono le loro terre ancestrali, i loro mezzi di sussistenza e l’ambiente.

La lotta in Arunachal Pradesh deve essere compresa nel contesto più ampio della crescente criminalizzazione dei movimenti anti-sfollamento e del mirato sistematico verso le comunità adivasi, indigene e altre comunità marginalizzate che resistono all’appropriazione delle loro terre e risorse naturali per grandi infrastrutture e progetti aziendali.

Da Kaziranga alla Valle di Siang: Criminalizzare la resistenza allo sfollamento

Solo pochi mesi fa, l’Assam ha assistito a uno scontro simile tra comunità che difendono la propria terra e un governo statale determinato a portare avanti un progetto di sviluppo aziendale. A Kaziranga, le comunità indigene e adivasi, inclusi lavoratori del tè e le loro famiglie, hanno protestato contro il progetto proposto di hotel di lusso vicino al Parco Nazionale di Kaziranga, sollevando preoccupazioni per i diritti fondiari, lo sfollamento e la distruzione ambientale.

Il movimento guidato dall’attivista anti-sfollamento Pranab Doley ha contestato la proposta di trasferimento di terreni per un progetto di resort di lusso associato all’Hyatt a Inglay Pathar vicino a Kaziranga. Invece di affrontare i reclami delle comunità colpite, la Polizia dell’Assam ha arrestato Doley e altri attivisti in relazione alle proteste. Doley è stato successivamente detenuto ai sensi del National Security Act (NSA) dopo aver ottenuto la cauzione nel caso penale, suscitando una diffusa condanna da parte di organizzazioni per le libertà civili e movimenti democratici.

Gli eventi a Kaziranga e nella Valle di Siang rivelano un modello inquietante: quando le comunità mettono in discussione progetti che minacciano la loro terra, i loro mezzi di sussistenza e l’ambiente, le loro preoccupazioni vengono sempre più trattate come problemi di sicurezza piuttosto che come legittime rivendicazioni democratiche. Gli attivisti che si schierano con queste comunità affrontano arresti, procedimenti penali e detenzioni prolungate.

Sia l’Assam che l’Arunachal Pradesh sono governati dal Bharatiya Janata Party (BJP). Gli sviluppi in questi stati sollevano serie domande sull’approccio dei governi guidati dal BJP verso i diritti indigeni, la protezione ambientale e il dissenso democratico. Invece di garantire che le comunità colpite abbiano un ruolo significativo nelle decisioni riguardanti il loro futuro, le autorità hanno fatto ricorso a misure coercitive contro coloro che si oppongono a progetti controversi.

Un modello più ampio di repressione nelle regioni adivasi

La repressione in Arunachal Pradesh e Assam non è un fenomeno isolato. Nelle regioni adivasi ricche di minerali dell’India centrale e orientale, le comunità che resistono all’estrazione mineraria, ai progetti industriali, alle dighe e ad altri grandi sviluppi infrastrutturali affrontano azioni della polizia, procedimenti penali e l’arresto di leader del movimento e difensori dei diritti umani.

In Odisha, le comunità adivasi e dalit che resistono all’estrazione della bauxite in aree come Sijimali hanno subito intimidazioni, violenza della polizia, arresti e casi penali. I rapporti della regione hanno documentato l’uso crescente del potere statale contro le persone che difendono la propria terra, foreste, fonti d’acqua e mezzi di sussistenza tradizionali.

In queste regioni, attivisti anti-sfollamento e difensori dei diritti umani vengono sempre più rappresentati come minacce all’ordine pubblico e alla sicurezza nazionale. Le agenzie centrali, tra cui la National Investigation Agency (NIA), e le forze di polizia statali sono state impiegate in casi che coinvolgono attivisti e movimenti che mettono in discussione le politiche statali e i progetti di sviluppo. L’uso di leggi severe, tra cui l’Unlawful Activities (Prevention) Act (UAPA), disposizioni sulla detenzione preventiva e legislazioni specifiche per la sicurezza statale, solleva gravi preoccupazioni riguardo all’erosione delle libertà civili e del diritto al dissenso.

Le conseguenze sono particolarmente gravi per le comunità adivasi, i cui rapporti con la terra, le foreste, i fiumi e le risorse naturali sono centrali per la loro esistenza sociale, culturale ed economica. Quando queste comunità resistono allo sfollamento e al trasferimento di risorse naturali a potenti interessi aziendali, le loro lotte sono spesso affrontate da sorveglianza, intimidazioni, arresti e prolungati procedimenti legali.

La criminalizzazione della resistenza permette di mettere da parte le preoccupazioni delle comunità colpite mentre i progetti procedono in mezzo alla paura e all’insicurezza. Crea anche un’atmosfera in cui gli abitanti del villaggio possono avere paura di partecipare a riunioni pubbliche, opporsi all’acquisizione di terreni o parlare apertamente delle conseguenze degli sviluppi proposti.

Lo sviluppo non può essere imposto attraverso la repressione

Il progetto multiuso proposto Siang Up, con una capacità prevista di circa 11.000 MW, rischia di trasformare la vita delle comunità lungo il fiume Siang. I residenti hanno sollevato serie preoccupazioni riguardo allo sfollamento, ai danni ecologici, alla distruzione dei mezzi di sussistenza e alla possibile perdita di terre ancestrali e patrimonio culturale.

Per le comunità indigene, il fiume Siang non è semplicemente una fonte di elettricità o una risorsa da sfruttare per lo sviluppo commerciale. È profondamente legato alla loro storia, cultura, identità e stile di vita. Le persone che dovranno subire le conseguenze del progetto devono avere il diritto di metterlo in discussione e partecipare in modo significativo alle decisioni che influenzano il loro futuro.

Il dispiegamento delle forze di sicurezza e la detenzione dei manifestanti non possono sostituire la consultazione democratica e il consenso pubblico. Né l’uso di leggi repressive può risolvere le questioni fondamentali sollevate dalle comunità su terra, sfollamento, distruzione ambientale e il loro diritto di determinare il proprio futuro.

La CASR ritiene che lo sviluppo non debba avvenire a scapito dei diritti fondamentali delle comunità indigene e adivasi. La protezione degli interessi aziendali e statali non può prevalere sui diritti democratici delle persone, sul loro rapporto con la terra o sul diritto di vivere senza timore di spostamenti forzati.

Le lotte a Kaziranga, nella Valle di Siang e nelle regioni adivasi dell’Odisha e dell’India centrale sono legate da una preoccupazione comune: il diritto delle persone a difendere la propria terra, i propri mezzi di sussistenza e l’ambiente senza essere criminalizzate per questo.

La CASR invita organizzazioni democratiche, gruppi per le libertà civili, sindacati, organizzazioni studentesche, movimenti ambientalisti e cittadini preoccupati di tutto il paese a solidarizzare con il popolo dell’Arunachal Pradesh e con tutte le comunità che resistono allo sfollamento e alla distruzione del loro ambiente naturale.

RICHIESTE DI CSR

1. Rilascio immediato e incondizionato dei quattro attivisti detenuti—Adum Tayom, Omak Paron, Okut Paloh e Oson Paron—e la fine della criminalizzazione delle persone che protestano contro il proposto Progetto Multiuso Siang Upper.

2. Ritiro immediato delle forze di sicurezza dai villaggi colpiti e fine di intimidazioni, sorveglianza e molestie contro manifestanti e membri della comunità.

3. Abolizione del progetto multiuso proposto Siang Upper e immediata interruzione delle attività legate al progetto che minacciano la terra, i mezzi di sussistenza, la cultura e l’ambiente delle comunità colpite.

4. Ritiro delle accuse contro attivisti anti-sfollamento e membri della comunità che sono stati presi di mira per aver partecipato a proteste pacifiche e difeso i propri diritti.

5. Porre fine all’abuso di leggi repressive, inclusi APUAPA, UAPA e NSA, per mettere a tacere il dissenso democratico e prendere di mira difensori dei diritti indigeni, attivisti ambientali e operatori per i diritti umani.

CAMPAGNA CONTRO LA REPRESSIONE DI STATO

Team organizzatore:

(AIRSO, APCR, ASA, BASF, BSM, Bhim Army, bsCEM, CEM, COLLECTIVE, CRPP, CSM, CTF, DISSC, DSU, DTF, Forum Against Repression Telangana, Fraternity Movement, IAPL, Innocence Network, Karnataka Janashakti, LAA, Mazdoor Adhikar Sangathan, Mazdoor Patrika, NAPM, Nazariya Magazine, Nishant Natya Manch, Nowruz, NTUI, People’s Watch, Rihai Manch, Samajwadi Janparishad, Samajwadi Lok Manch, Bahujan Samajwadi Manch, United Peace Alliance, WSS, Y4S)

Giù le mani dagli studenti!

A Torino continue incursioni della polizia dentro le scuole occupate e oggi, al corteo dello sciopero studentesco, cariche, idranti e arresti tra i giovanissimi

Il comunicato dell’Assemblea Studentesca delle scuole di Torino

La quasi totalità delle scuole torinesi è in occupazione a partire dalla settimana scorsa con l’intento di scendere in piazza tutte unite. Licei e istituti tecnici da giorni sono l’epicentro della lotta studentesca contro la riforma Valditara, il razzismo istituzionale, la guerra, la spesa per le armi, per chiedere urgenti fondi per ristrutturare le nostre scuole, contro le scuole trasformate in caserme e lo strapotere dei presidi.

In migliaia stiamo affermando i nostri diritti e soprattutto che vogliamo contare! Che come studenti e studentesse vogliamo potere decisionale sulle nostre vite e sulle nostre scuole.

Il Governo Meloni e il Prefetto di Torino ci attaccano senza rispondere alle nostre rivendicazioni, cercando di dividerci tra “buoni e cattivi”. Minacciano di intervenire contro le occupazioni e i nostri cortei. Rispondiamo che siamo uniti più che mai è che la nostra lotta è compatta! 

La lotta studentesca in maniera spontanea ha assunto anche forme nuove. Se una parte degli studenti vede nelle strutture scolastiche un obiettivo da colpire la colpa è di chi le ha fatte diventare delle caserme, di chi le ha rese fatiscenti, di chi le ha definanziate per anni, di chi ha fatto finta di non vedere che il razzismo istituzionale era sempre più forte. 

Invece di chiedersi perché alcuni studenti arrivino ad odiare le proprie scuole, i propri banchi, i propri professori, ci si inventa fantomatici “infiltrati” a cui dare la colpa. Si guarda il dito e non la luna. Noi invece siamo consapevoli che dietro a questi comportamenti spontanei c’è la voglia di contare, di farsi sentire, di urlare che esistiamo. Dirigenti scolastici, professori, Prefetto e Ministro dovrebbero chiedersi perché, invece di invocare manette e strette repressive. 

Il nostro movimento è fatto di rifiuto e contrapposizione, ma in questi giorni di vita comune e occupazione, sta generando proposte concrete per una scuola diversa da quella che il sistema ci obbliga a vivere. Laboratori, assemblee, dibattiti sono la fucina in cui un mondo che vogliamo nuovo e collettivo sta nascendo, questo è quello che fa più paura al potere, scoprire che chi si pensava passivo e alienato invece ha vita, idee, voglia di mettersi in gioco. 

Dalla Francia gli studenti ci hanno invitato a muoverci insieme e lo abbiamo fatto, scoprendo che la nostra città può essere un esempio per tante altre in Italia. Molti giornalisti benpensanti nelle settimane scorse guardavano  raccontavano con ammirazione le mobilitazioni al di là del confine, ora che sono arrivate a casa loro e le hanno sotto il naso le oscurano e le criminalizzano. La rivolta per loro va bene solo se la fanno in altri paesi per poi dirci che noi non siamo maturi, che qui è diverso. Bene, ora che la prateria si è incendiata anche qui dovranno farsene una ragione. 

Alle minacce del Prefetto contro le occupazioni  rispondiamo compatti che le difenderemo, a testimoniarlo ci sono le montagne di banchi e cassonetti che sbarrano gli ingressi. Diciamo che gli arresti di oggi contro gli studenti del Levi e di Giaveno sono assurdi e criminali.

I presidi ci parlano di “esterni” come se le nostre occupazioni fossero fatte da infiltrati. Questi fantomatici “esterni” non sono altro che studenti e studentesse che da scuola a scuola si danno man forte a vicenda, creano legami e solidarietà. Chi ha deciso che non possiamo confrontarci fra scuole diverse? Forse si arrabbiano tanto perché per una volta la scuola è aperta a chi decidiamo noi e non loro, è la frustrazione di chi vede il proprio potere vacillare. 

10/15/26

A Massa Carrara un corteo di 15mila persone in piazza contro l’ondata di denunce: “si cerca di limitare il dissenso impedendo le manifestazioni”

 

Da infoaut
Almeno 15mila persone hanno sfilato per le strade di Massa Carrara nella giornata di mercoledì 15 ottobre, giorno in cui si sarebbe dovuta tenere la prima udienza a carico dei manifestanti colpiti dall’andata repressiva contro il movimento per la Palestina.

Da Radio Onda d’Urto

Il governo Meloni, a botte di decreti sicurezza, ha cercato di mettere un freno alla straordinaria partecipazione alle proteste che hanno attraversato in particolare l’autunno 2025 in Italia. A Massa uno spropositato numero di denunce – almeno 37 – sono state comminate contro altrettanti attivisti e attiviste massesi. La prima udienza a carico dei manifestanti, che si sarebbe dovuta tenere ieri, è slittata a marzo 2027:

Quella di ieri, afferma il segretario generale della Cgil di Massa Carrara Nicola Del Vecchio ai microfoni di Radio Onda d’Urto, “è stata una manifestazione non solo per esprimere solidarietà agli indagati, ma anche per denunciare quello che sta accadendo nel paese. Si cerca di limitare il dissenso impedendo le manifestazioni. Dobbiamo continuare ad indignarci di fronte alle ingiustizie esattamente come facemmo lo scorso ottobre”. Di fronte a un genocidio, dice dalla piazza, “non possiamo voltarci dall’altra parte”.

“Viviamo in un contesto gravissimo, un contesto segnato dalle disuguaglianze che stanno sempre più aumentando”, e “c’è una deriva bellicista che toglie risorse alla sanità, ai trasporti, alla scuola per buttarle via nelle armi. Se di fronte a tutto questo le persone vogliono dissentire, vogliono manifestare pacificamente come previsto dalla Costituzione, ecco i Decreti Sicurezza: questo è inaccettabile”, ha detto Rossano Rossi, segretario generale della Cgil Toscana, alla partenza del corteo nell’ambito della giornata di sciopero generale regionale indetta dal sindacato.

Ai sindacati, si sono uniti migliaia di giovani, studenti e studentesse, organizzazioni e singoli cittadini. L’intervista a Nicola Del Vecchio, segretario generale della Cgil Massa Carrara.

 

TORINO, GRAVISSIMI ABUSI POLIZIESCHI NEI CONFRONTI DEGLI STUDENTI IN LOTTA

Da assemblea.studentesca.torino 

Questa mattina numerose e gravissime incursioni della polizia dentro le scuole occupate, più di 20 schedati e numerosi studenti minorenni sono stati portati in questura.
Moltissimi agenti sono entrati dentro gli istitututi tecnici e hanno rincorso, preso dal collo, atterrato e picchiato decine e decine di studenti.
Sappiamo che il prefetto e i presidi si sono incontrati ieri per formulare un protocollo anti-occupazioni e sarebbero queste le modalità che i dirigenti scolatici hanno concordato con la polizia contro i propri studenti?
Non è normale che la polizia entri nelle scuole, non è normale che un preside permetta ai poliziotti di picchiare e arrestare i propri studenti perchè esercitano un diritto che è quello di manifestare e occupare le proprie scuole.
Questi sono tentativi assurdi per spaventare gli studenti e impedire che questo incredibile movimento continui a crescere.
Se vogliono dare la colpa a qualcuno della giusta rabbia espressa dagli studenti in questa settimana, che puntassero il dito contro il loro modello di scuola caserma, contro il ministro Valditara, contro il governo Meloni.
La lotta di non si ferma: domani tutti in corteo ore 10.00 da Piazza XVIII dicembre

10/14/26

PROCESSI POLITICI E MOVIMENTI DI SOLIDARIETA’. SULLA GRANDE GIORNATA DEL 10 OTTOBRE

 

 

Dal CSA Vittoria

La corte di Cassazione di Roma il 9 ottobre ha rigettato l’appello dei legali per la loro liberazione e ha confermato la detenzione in carcere di Mohammad Hannoun e Raed Dawoud. 

Questa sentenza è un dato assolutamente politico.

Facciamo un po’ di chiarezza: la montatura giudiziaria contro di loro e contro Yaser Elasaly e Ryiad Albustanji, che andranno in Cassazione il 13 novembre, si definisce e si svela atto dopo atto. La chiusura urgente “inusuale e immotivata” delle indagini preliminari, da parte della Procura di Genova, si può spiegare solo come il tentativo, purtroppo a portata di mano, di stabilire la data della prima udienza del loro processo prima della scadenza naturale (un anno dall’arresto del 27 dicembre 2025) delle misure cautelari per i nostri amici e compagni; Mohammad, Raed, Yaser e Ryiad. L’inizio del processo farebbe ripartire un ulteriore anno di misure cautelari prolungando la loro detenzione in carcere. 

Ed è questo l’obiettivo politico punitivo: tenerli in carcere il più possibile e portarli in carcere al processo come colpevoli e tenerli rinchiusi durante tutto il suo decorso. Una montatura fumosa e spregevole che si alimenta da sola perché la detenzione cautelare sulla base di una sentenza appare già come una sentenza non scritta di condanna che avvalora la tesi dell’accusa sull’esistenza di “prove” che giustifichino la loro detenzione. E invece non c’è nulla che non solo possa giustificare in alcun modo non solo la loro detenzione ma che addirittura possa sostenere il loro rinvio a giudizio in un processo che è chiaramente un PROCESSO POLITICO.

Un processo politico come politica e criminale è la condanna al compagno Anan Yaeesh, accusato e condannato a 5 anni e 6 mesi (!!!!) per essere stato un partigiano palestinese e aver legittimamente combattuto contro l’esercito d’occupazione sionista a Tulkarem in Cisgiordania e il cui appello si terrà probabilmente agli inizi del 2027. Come politica e criminale è la condanna a Ahmad Salem a 4 anni e il cui appello è già stato fissato per il 26 novembre a Campobasso per avere visionato filmati pubblici sulla Resistenza ed essersi dichiarato solidale con essa. Come criminale e politico è l’arresto di Abdelmuti Abunada per lo stesso reato e ora in carcere in attesa di processo.

Sono passati mesi e anni che tutti loro sono rinchiusi vigliaccamente in carcere e a loro deve arrivare la solidarietà di tutte e tutti perché con loro è sotto accusa la solidarietà al popolo palestinese, con loro è sotto accusa il movimento di solidarietà che ha attraversato con mille modalità le città di tutta Italia dal 7 ottobre del 2023 a oggi.

Con loro è sotto accusa la grande giornata di mobilitazione nazionale del 10 ottobre scorso che ha portato in piazza decine di migliaia di persone in tantissime città e paesi in Italia proprio a ridosso del 7 ottobre e dell’acutizzarsi della campagna di criminalizzazione contro il popolo palestinese e la sua legittima Resistenza.

Stare coerentemente dalla parte del popolo palestinese e della sua legittima Resistenza vuol dire abbracciarli con un muro di corpi, intelligenze e pratica politica che li difenda, che li rivendichi come parte integrante del nostro collettivo movimento di solidarietà internazionale e internazionalista. 

UN MOVIMENTO DI CLASSE SCHIERATO CONTRO L’IMPERIALISMO E LE SUE GUERRE, CONTRO LE COMPLICITA’ DEI GOVERNI E CONTRO IL NOSTRO GOVERNO LANCIATO VERSO IL RIARMO E LA PRESENZA SEMPRE PIU’ DIRETTA NEGLI SCENARI DI GUERRA E ALLEATO STRATEGICO DEL SIONISMO E COMPLICE DEL GENOCIDIO PALESTINESE.

La crisi del modo di produzione capitalistico ci sta portando verso la guerra, siamo anzi già in guerra e dovremo, ora e subito, tutte e tutti, farci carico di una mobilitazione di massa aperta e inclusiva ma coerente e rigorosa contro imperialismo e sionismo che ponga le basi per un potente immaginario di lotta internazionalista e di emancipazione per una società che metta al centro i bisogni di donne, uomini e della natura e non il profitto per la classe al potere.

CONTRO IMPERIALISMO E SIONISMO

CONTRO GUERRA E RIARMO

CONTRO L’ATTACCO A SALARI, PENSIONI E WELFARE

PER UN MONDO DI LIBERE E LIBERI E DI UGUALI

Per il diritto all’esistenza, alla Resistenza, al ritorno dei profughi, a un libero processo di AUTODETERMINAZIONE del popolo palestinese.

Per una Palestina libera dal fiume al mare con Gerusalemme capitale, terra di convivenza e di pace.

LIBERI TUTTI SUBITO!

Per contribuire alle spese legali di Mohammad, Raed, Yaser e Ryiad:

 

Per contribuire alle spese legali di Anan, Ahmad e Abdelmuti: 

 


Tortura in Questura, a Verona due poliziotti condannati, altri dodici a processo

 
 
Sono stati condannati per il reato di tortura l'ex poliziotto Alessandro Migliore e l'ex collega Loris Colpini, accusati di violenze commesse tra il 2022 e il 2023 nella cosiddetta "sala acquario" della questura di Verona. Destinatari delle loro azioni violente erano state due persone sottoposte a fermo di identificazione.
Lo hanno stabilito i giudici del Tribunale veronese, al termine del processo di primo grado scaturito dalla maxi-inchiesta sulle presunte violenze ai danni di stranieri e senza fissa dimora, infliggendo pene di sei anni e mezzo per Migliore e di quattro anni e tre mesi per Colpini. Entrambi gli agenti, che quattro anni fa erano in servizio alle volanti, erano stati rinviati a giudizio con il rito immediato. Colpini è stato assolto dall'accusa di lesioni aggravate dalla discriminazione per un altro episodio, legato a una terza persona che era stata trattenuta in questura per accertamenti. Per entrambi i poliziotti è stata disposta anche l'interdizione dai pubblici uffici.
Migliore si era già dimesso dalla Polizia di Stato, mentre Colpini è ancora in servizio. Altri 12 agenti sono stati rinviati a giudizio lo scorso febbraio dalla gup di Verona Arianna Busato al termine dell'udienza preliminare scaturita dal secondo filone di indagini. Per loro il processo si aprirà a febbraio 2027, e in quattro dovranno a loro volta rispondere del reato di tortura per aver «cagionato - secondo l'accusa - acute sofferenze» ai danni delle due persone.

CPR: la Cassazione annulla le accuse contro i medici che denunciano le brutali condizioni dei migranti...

Le perquisizioni che hanno portato all'ipotesi dell'associazione a delinquere, sono partite da un'informativa del Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Dieci anni fa lo stesso Sco aveva condotto le indagini in un altro caso eclatante in ambito migratorio: quello contro l'ong Iuventa, e anche quella volta l'attacco della polizia e dello Stato è stato respinto! 

Dottoresse sospese per i certificati nei Cpr. La Cassazione annulla

Giansandro Merli da Ol Manifesto

Guardia medica Primo punto a favore dei medici indagati dalla procura di Ravenna per le mancate idoneità al trattenimento. I difensori: «La Suprema Corte restituisce dignità personale e professionale»

La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio le misure cautelari contro le tre dottoresse sospese dal servizio professionale nell’ambito delle indagini sul mancato rilascio delle idoneità al trattenimento nei Cpr.

NELL’INCHIESTA PARTITA dalla procura di Ravenna erano coinvolti originariamente otto medici. A loro, dopo le perquisizioni in diverse città italiane della metà dello scorso settembre, si è aggiunto

Nicola Cocco. Per quest’ultimo l’ipotesi di reato è associazione a delinquere. L’accusa riguarderebbe anche le tre dottoresse che ieri hanno ottenuto il primo risultato positivo nella vicenda, sebbene non avrebbero ancora ricevuto notifica di questo ulteriore e più grave reato.

Per loro le ipotesi iniziali erano falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. Mentre gli altri cinque colleghi sono stati soltanto allontanati dalle procedure per il rilascio del via libera alla detenzione amministrativa, alle tre dottoresse era toccata una sospensione di dieci mesi. «L’annullamento disposto dalla Suprema Corte restituisce la dignità personale e professionale così duramente aggredita dall’inchiesta ravennate», affermano gli avvocati della difesa Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro.

TESORIERO AGGIUNGE: «Siamo ancora in fase di indagini, una valutazione nel merito è prematura. Ma dalla Cassazione arriva un invito a prudenza e proporzione. I fatti incriminati riguardano delle valutazioni operate dai medici in termini di giudizio di valore sull’idoneità o inidoneità ad associare una persona a un Cpr. Il medico non può perdere il ruolo di garante del diritto alla salute perché inserito in una procedura burocratica».

La decisione degli ermellini della quinta sezione penale segna il primo punto a favore degli indagati, in una storia che nei mesi scorsi è finita al centro del dibattito politico con le dure accuse mostre da esponenti del governo e giornali d’area. L’udienza si è tenuta lo scorso venerdì, adesso bisognerà leggere le motivazioni. La palla tornerà al tribunale di Bologna che dovrà esprimersi nuovamente, nel perimetro tracciato dalla Cassazione, sulla misura cautelare.

A DESTRA IERI è regnato il silenzio, mentre la Fp Cgil (funzione pubblica) ha parlato di «un provvedimento importante che evidenzia l’essenzialità della difesa, in ogni momento, della dignità professionale e personale di chi lavora ogni giorno per salvaguardare la salute di tutti. La libertà e l’indipendenza dell’atto medico devono essere sempre garantite». Per Mediterranea «è il primo segnale che conferma quanto la società civile ha ribadito dal primo minuto: la cura delle persone non è reato, la tutela della salute non può piegarsi alle strategie di “migranticidio” adottate dal governo».

Il governatore dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale (Pd) ha invitato a evitare tifoserie da una parte o dall’altra, sottolineando che «sono persone, va rispettata la loro presunzione di innocenza».

INTANTO ieri la giunta per le autorizzazioni di Montecitorio ha votato a favore della richiesta di Francesca Ghirra (Avs) di avere chiarimenti dalla procura di Ravenna riguardo un pezzo dell’inchiesta. Nel corso delle indagini, infatti, i pm hanno acquisito anche sue conversazioni con uno degli imputati, pur specificando di averle «sigillate» per via delle prerogative parlamentari che non consentono l’accesso alla corrispondenza di deputati e senatori senza l’autorizzazione delle camere. Ghirra ha detto di non avere «alcuna preoccupazione o timore» per questi messaggi, ma vuole comunque vederci chiaro. Hanno votato a favore maggioranza e opposizione, i deputati 5S si sono invece astenuti.

10/09/26

Ingiustizia è fatta: la Cassazione respinge i ricorsi di Mohammad Hannoun e Raed Dawoud.


La Corte di Cassazione ha rigettato oggi il ricorso di Mohammad Hannoun, attivista e presidente dell’Associazione palestinesi in Italia, arrestato lo scorso 27 dicembre con l’accusa di terrorismo per aver finanziato Hamas attraverso una rete di associazioni di beneficenza.

E’ la seconda volta che i giudici romani si pronunciano sul tema della misura cautelare. Una prima volta, lo scorso aprile, avevano accolto alcune delle tesi dei difensori degli arrestati, rispendendo al tribunale del Riesame di Genova gli atti per una nuova valutazione.


La posizione dello stesso Riesame, però, è sempre rimasta la stessa: Hannoun e gli altri indagati devono restare in carcere. E così è scattato il nuovo ricorso, discusso in giornata dai legali di Hannoun (Dario Rossi e Fabio Sommovigo). Questa volta, però, il verdetto è stato di una bocciatura.

La decisione definitiva sull’esigenza cautelare è arrivata pochi giorni dopo la chiusura delle indagini della Procura sullo stesso Hannoun e altri cinque: il pm Luca Monteverde e l’aggiunto Marco Zocco, insieme al procuratore Nicola Piacente, li accusano di avere raccolto 18 milioni di euro in 25 anni per Hamas, “mascherandoli” attraverso donazioni ad associazioni benefiche.


Per arrivare a una contestazione del genere gli inquirenti si sono basati su intercettazioni, dati informatici e contenuti che però, almeno in parte, erano stati bocciati proprio dalla Cassazione. A partire dall’utilizzo di fonti aperte. Poi c’è il tema “Avi”, ovvero l’agente segreto israeliano che ha portato alla Digos e alla Procura una mole non indifferente di elementi utilizzati nell’inchiesta. In questo caso era stato il Riesame a stabilirne la non utilizzabilità, ancor prima che la questione finisse in Cassazione. La Procura, però, ha chiesto a Israele, tramite rogatoria, di poter sentire Avi.

Fuori del Tribunale una settantina di compagne e compagni hanno ribadito la centralità dei prigionieri politici palestinesi in tutte le mobilitazioni per la Palestina, a partire da domani in numerose piazze d'Italia.

Qui una corrispondenza con radio onda rossa:

 

Di seguito l'intervento dell'avv. Dario Rossi

 


 

Siamo tutti Askatasuna! Massima solidarietà alle compagne e compagni repressi

ASKATASUNA: PERQUISIZIONI IN TUTTA ITALIA DOPO LA MANIFESTAZIONE A TORINO DEL 31 GENNAIO, CHIESTE 19 MISURE CAUTELARI


Ondata di perquisizioni domiciliari – 14 – in diverse parti d’Italia nei confronti di compagne e compagni per la manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna a Torino (qui la cronaca di quel giorno su Radio Onda d’Urto) e in particolare per gli scontri a fine corso in Corso Regina Margherita, non distante dal centro sociale torinese sgomberato a metà dicembre e da allora abbandonato se non da un gigantesco dispositivo poliziesco, da 10 mesi a guardia del nulla.

Le veline di Torino parlano anche di 19 misure cautelari, dal carcere all’obbligo di firma, che dovranno tuttavia passare prima dal vaglio dell’interrogatorio di garanzia. Da radio onda d'urto le parole di una compagna di Askatasuna:

 

Di seguito il comunicato del csa Askatasuna di Torino:

Questa mattina sono state effettuate 12 perquisizioni ai danni di compagni e compagne per un totale di 19 richieste di misure cautelari che vanno dal carcere all’obbligo di firma, tutte prevedono il passaggio preliminare all’interrogatorio di garanzia. Un’operazione a firma Paolo Scafi, pm dalla penna facile quando c’è da fare incetta di misure cautelari, tra le sue ultime prodezze le misure per gli ultras di Toro e Juve a seguito degli scontri del derby quando Marco Basoccu venne gravemente ferito alla testa da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo.

Il contesto è quello della manifestazione oceanica del 31 gennaio scorso a seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna. Ai compagni e alle compagne coinvolti nelle richieste di misura cautelare vengono imputati diversi reati con l’intento di dare la responsabilità ad alcuni di quella che è stata una manifestazione di rabbia popolare che ha visto la partecipazione di oltre 50 mila persone. Ricordiamo anche l’uso massiccio e violento da parte delle forze dell’ordine di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, di cui si è parlato in un dossier e in diverse inchieste giornalistiche. La violenza è quella che viene dall’alto e che viene perpetrata ogni giorno nei confronti di chi deve essere messo a lavoro per interessi nemici ai nostri.

Lo sgombero dell’Aska è stato un colpo voluto dal governo a seguito di un movimento che ha bloccato un Paese intero per fermare un genocidio mostrato in diretta tv. In quella giornata Piantedosi si sfregava le mani e scriveva sui social che finalmente giustizia era stata fatta, i politici locali con Marrone in testa non hanno sprecato l’occasione per togliersi sassolini dalle scarpe, la questura di Torino e la Procura hanno avuto la loro soddisfazione effimera nel vedere che finalmente i loro sforzi erano stati premiati. Eppure, l’unica cosa certa è che il 18 dicembre 2025 ha chiuso una porta ma ha spalancato uno spazio di possibilità che ancora oggi vive nelle lotte di ogni giorno.

Torino è partigiana avevamo detto in quell’occasione e Torino continua anche oggi a schierarsi contro la guerra, contro il riarmo e contro un sistema che sfrutta e specula per il profitto. Torino è partigiana perché è con la Palestina che resiste, è con gli studenti e studentesse che nelle scuole e nelle università pretendono un futuro più giusto, è con i lavoratori e lavoratrici che scioperano per interrompere e bloccare la guerra sui nostri territori.

Torino è solidale con chi viene colpito da questa operazione, un tentativo di punire alcuni per una giornata che rimane nella storia ma che non è finita con le ceneri di un pomeriggio, anzi, consolida una prospettiva di lotta collettiva per la libertà di tutti e tutte. Intanto, ci vediamo nelle piazze di questo ottobre contro il riarmo e per la Palestina, verso il 24 ottobre e oltre.

Askatasuna vuol dire libertà, solidarietà a tutti e tutte le compagne inquisite!

 

Roma - in difesa dei colpevoli di Palestina - sostegno di Soccorso rosso proletario

 


10/07/26

La procura di Parigi propone l'estradizione di Zaid in Ungheria, dove Maja ancora oggi subisce una brutale reclusione. Oggi più che mai ci stringiamo attorno a Zaid. Free All Antifa

 

Nessun* si aspettava che giustizia fosse fatta nei tribunali, ma le condanne di Budapest e l’estradizione parigina di Gino, mostrano tutta la violenza della criminalizzazione dell3 Antifa in questa fase storica. Il 30 settembre 2026 ha infatti segnato un punto di non ritorno per l’esito del Budapest complex, l’insieme dei procedimenti conseguenti alle contestazioni antifasciste al Giorno dell’onore nel febbraio ’23.
Per Maja, Gabri e Anna è giunta la condanna definitiva, con la riduzione della pena di un solo anno per ciascuna delle persone imputate.
Per Gino, militante antifascista italo-albanese, la corte parigina ha dato il nulla osta all’estradizione verso la Germania, da dove potrebbe essere inviato alle prigioni ungheresi, come è accaduto per Maja, o a quelle albanesi.
Zaid, compagno siriano rifugiato in Germania, si trova oggi in Francia e l’Ungheria ne chiede l’estradizione per portarlo alla sbarra e sbatterlo in galera. la corte di Parigi deciderà il 25 novembre.
Se la richiesta venisse accolta, gli scenari che si aprirebbero sarebbero due ed entrambi terribili:
il carcere in Ungheria e il rischio di una successiva deportazione in Siria.

Se negli Stati Uniti d’America gli/le Antifa sono stati dichiarati nemici pubblici interni, in Europa la discriminante antifascista è istituzionalmente sgretolata, ridotta a feticcio per commemorazioni nelle feste comandate e archiviata nel cassetto della storia.
E’ ora di riaprire quel cassetto! L’antifascismo militante e la solidarietà internazionale sono gli anticorpi essenziali per leggere il presente e costruire un futuro in cui nessun* si lascia indietro e nessun* si salva da solo. 

L’antifascismo non si arresta! Né prigione, né estradizione!
Liber3 tutt3!

10/05/26

Presidio solidale a Roma il 9 ottobre, al fianco di Mohammad Hannoun e Raed Dawoud in occasione dell’udienza in Cassazione

 


PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ A ROMA

🗓️ 9 ottobre, alle 10:00

📍 Luogo: Piazza Cavour (davanti alla Corte di Cassazione)


Al fianco di Mohammad Hannoun e Raed Dawoud in occasione dell’udienza in Cassazione