Questa mattina sono arrivate le pronunce della Corte d’Appello sui ricorsi contro le sentenze del febbraio 2026.
9/30/26
Antifa condannate e Gino estradato, non lasciamoli soli. Rafforzare la solidarietà
MFPR - giù le mani da Luigia!
Il 3 gennaio a L’Aquila, verso la fine di un presidio improvvisato per contestare il passaggio della fiamma olimpica e gli sponsor del genocidio in Palestina, Luigia, una compagna del MFPR e soccorso rosso proletario, è stata presa per i seni e spinta in terra da un poliziotto, che ha cercato di strapparle dalle mani una bandiera palestinese con su scritto Free Anan.
In seguito alla caduta e probabilmente anche a causa della stretta dell’agente sul suo polso destro, Luigia ha riportato 3 mesi di prognosi per una frattura multipla che ha dovuto operare.
Nel denunciare gli agenti coinvolti - il poliziotto che l’ha aggredita e l’agente donna che si è rifiutata di fornirle il nome - Luigia ha dovuto sporgere querela contro ignoti, richiedendo inutilmente al Comune dell’Aquila le immagini di una videocamera di sorveglianza che avrebbero potuto meglio chiarire la dinamica dell’accaduto.
Il risultato di questa omertà e di questa giustizia borghese è stata l’immediata denuncia e l’imminente processo della compagna per “oltraggio a pubblico ufficiale”. Processo che inizierà il 2 ottobre, mentre la querela della compagna rischia di essere insabbiata così come hanno tentato di fare con l’altra denuncia di Luigia, nei confronti di vari politici sionisti e di un “giornalista” che l’hanno diffamata dopo il flash-mob al Carrefour del 25 aprile 2025. Anche per quell’azione, per quel corteo silenzioso che intendeva denunciare la complicità della multinazionale nel genocidio del popolo palestinese, la compagna è stata trascinata a processo nel giro di un anno, mentre per alcune delle sue querele è stata immediatamente chiesta l’archiviazione.
Il caso di Luigia però, non è semplicemente da ascrivere a un abuso di potere. Le querele sono state presentate non perché si avesse fiducia in questa giustizia borghese e israelianizzata, come il processo ad Anan Yaeesh ha dimostrato, ma al contrario, come atto politico di sfida, di insubordinazione ad essa, ed è per questo che la compagna viene perseguita.
In questo stato fascista e dei padroni, in questo sistema capitalista e imperialista sei buona solo come vittima silente, se non denunci le ingiustizie, se non reagisci quando ti attaccano, se accetti di farti massacrare senza opporre resistenza. Come fa Israele con i Palestinesi, così Trump e Meloni con gli antifascisti, gli anticapitalisti, gli antisionisti. Ma i veri criminali, i veri terroristi sono loro, non chi manifesta il proprio dissenso alle loro politiche genocidiarie.
È ora di rompere questo silenzio e difendere la nostra dignità, senza temere la repressione. Sono loro che devono continuare ad aver paura e sono le nostre lotte a fargli paura! Continuiamo a difendere e a tenere alta la bandiera della Palestina come quella di tutti i popoli oppressi, la storia e la resistenza ci daranno ragione.
dal blog MFPR https://femminismorivoluzionario.blogspot.com/2026/09/difende-la-bandiera-della-resistenza.html
Il blog MAOISTROAD è stato ripristinato
LUNGA VITA A MAOISTROAD! AVANTI L'UNITÀ DEI COMUNISTI MARXIST-LENINISTI-MAOISTI NEL MONDO
CONTRO IL REVISIONISMO, L'OPPORTUNISMO DI DESTRA E L'OPPORTUNISMO DI SINISTRA "ULTRAMOISTA"
Cosa succede?
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Ciao,
Come forse già sapete, le nostre Linee guida della community ( https://blogger.com/go/contentpolicy )
Definiamo i limiti di ciò che consentiamo e non consentiamo su Blogger.
Abbiamo ricevuto una richiesta di revisione del tuo blog, "maoistroad". Abbiamo stabilito
che viola le nostre politiche e abbiamo reso l'URL
I tuoi contenuti hanno violato le norme relative alle organizzazioni e ai movimenti violenti. Per saperne di più,
Vi preghiamo di consultare la pagina delle Linee guida della community tramite il link presente in questa email.
Se ritieni che sia stato commesso un errore, puoi presentare un ricorso.
su https://www.blogger.com/go/appeal-blog?blogId=7106337660494808516
entro i prossimi 90 giorni. I ricorsi vengono generalmente risolti entro 10 giorni lavorativi,
anche se alcuni casi complessi possono richiedere più tempo. Se il tuo ricorso viene accolto,
Riceverai una risposta. Potresti avere la possibilità di far valere i tuoi diritti in tribunale.
Se hai domande di natura legale o desideri valutare le tue opzioni legali,
Si consiglia di consultare un legale.
Per ulteriori informazioni, si prega di consultare le seguenti risorse:
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Distinti saluti,
Il team dei blogger
maoistroad ha immediatamente protestato e fatto appello
risposta di Google
Saluti da Google,
Abbiamo rivalutato il tuo blog in conformità con
Linee guida della community di Blogger ( https://blogger.com/go/contentpolicy ).
A seguito di ulteriori verifiche, il blog è stato ripristinato.
È possibile accedere al blog all'indirizzo https://maoistroad.blogspot.com .
Grazie per la comprensione.
Distinti saluti,
Il team dei blogger
9/29/26
Grave attacco al blog internazionalista proletario e comunista Maoist Road - Nulla e nessuno può mettere a tacere la voce dei proletari e masse oppresse del mondo in lotta e in armi contro l'imperialismo!
La borghesia imperialista italiana, per iniziativa fondamentalmente dell'amministrazione Trump, ha scatenato una veloce repressione contro tutti i blog ed i siti esistenti di carattere anticapitalista, antifascista e antimperialista, un'offensiva illegale con l'obiettivo di cancellare le voci di dissenso dall'azione, dalle politiche degli stati imperialisti e reazionari del mondo. Questo perché essi rappresentano l'informazione vera e la controinformazione rispetto ai siti e alla stampa dei padroni del mondo, rispetto alle condizioni di vita e di lavoro, le lotte dei proletari e delle masse popolari e in particolare le lotte che hanno l'obiettivo di rovesciare per mano delle masse - e in alcuni casi armi in mano - i regimi imperialisti e capitalisti nel mondo che sono poi quei regimi imperialisti e capitalisti che ci stanno trascinando in una devastante guerra imperialista mondiale attraverso la cosiddetta “guerra a pezzi” che tocca via via le zone più diverse del mondo e trova attualmente i suoi epicentri principali nella guerra di spartizione in Ucraina e nella guerra di aggressione all'Iran, nelle guerre contro il popolo palestinese e i popoli dell'area che combattono il genocidio, il massacro, le deportazioni nei confronti del popolo palestinese condotti da regime sionista di tipo nazista Netanyahu, sostenuto in tutti i modi dall'imperialismo americano di Trump ma, in forme altrettanto dannose al popolo palestinese, da tutti i regimi e stati imperialisti e degli stati e governi reazionari dei paesi oppressi dall'imperialismo che sono allineati con l'imperialismo, contro gli interessi dei loro popoli e dei popoli del mondo.
Cancellare quindi i siti che hanno dato voce, informazione, controinformazione, sostegno e contribuito in maniera rilevante alle grandi mobilitazioni solidali col popolo palestinese e che continuano a contribuire in maniera rilevante alla ribellione e alle lotte dei popoli, utilizzare il monopolio di Internet che obiettivamente hanno realtà legate all'imperialismo americano o alle grandi multinazionali dell'informatica, è chiaramente una parte di questa guerra e l'amministrazione Trump in primis, a cui si sono allineati in forme dirette o indirette tutte le compagnie che sono i padroni di questi siti e domini, così come tutti i governi, i loro ministeri, i loro stati degli altri paesi che sono in uno stesso fronte dell'imperialismo e della reazione, nel combattere il fronte rappresentato da tutte le forze proletarie, popolari, anticapitaliste, antimperialiste, antifasciste, antirazziste e solidali con la lotta dei proletari e dei popoli oppressi nel mondo.
Questo ha portato alle sanzioni contro A/I e alla chiusura del blog di Soccorso Rosso Proletario che informa e difende i prigionieri politici in tutti i paesi del mondo e in particolare nel nostro paese, sia i prigionieri politici italiani sia i prigionieri politici palestinesi che vi sono nelle carceri italiane accusati di appartenere alla resistenza.
Il blog Soccorso Rosso Proletario ha dato il massimo sostegno a tutte le lotte contro la repressione nei confronti dei movimenti e in particolare del movimento di solidarietà con la Palestina, nei confronti delle organizzazioni solidali con i prigionieri politici, nei confronti di tutte le lotte dei prigionieri contro la repressione, nei confronti delle lotte dei movimenti, dai notav agli antifascisti, ecc…
Il Blog Soccorso Rosso Proletario sta migrando temporaneamente qui.
Ma quello che vogliamo denunciare oggi è il criminale, banditesco attacco, che viene a un blog particolare, il blog Maoist Road.
Maoist Road è un blog internazionalista, organizzato dai comunisti marxisti leninisti maoisti italiani e sostenuto in diverse forme dai comunisti e dalle forze rivoluzionali e dalle forze antimperialiste in diverse parti del mondo.
Per capire l'importanza di questo blog - a suo modo unico al mondo - occorre dire che esso pubblica quotidianamente informazioni e lotte da tutti e quattro i continenti, dall'America Latina all'Asia, dall'Africa all'Europa, perfino dall'Australia e perfino all'interno delle grandi potenze imperialiste, Stati Uniti, Russia, Cina ecc.
Questo blog pubblica in tempo reale tutto ciò che gli proviene dalle forze che in questi paesi combattono e dalla denuncia dei fatti che avvengono in questi paesi, li pubblica in tempo reale e in lingua originale proprio per dare il senso della tempestività - via via che ci arrivano vengono pubblicati - sia per dare voce ai popoli con la loro lingua, con i loro contenuti, con la loro espressione, senza alcun tipo di censura e senza alcun tipo di atteggiamento paternalistico solidale, caritatevole, come succede in altre realtà di questo tipo.
Questo blog nelle ultime settimane ha avuto una spettacolare crescita, esso viene visualizzato, secondo i dati che appaiono nello stesso blog, giornalmente da 150.000 e alcuni giorni anche 200.000 e più visualizzazioni.
Nel solo mese di settembre ha raggiunto 3.900.000 visualizzazioni. E proprio in questo momento che ha raggiunto il suo massimo apice, quindi dimostrando la sua funzione effettiva nelle dinamiche della lotta di classe nel mondo e nel dare voce ai proletari e ai popoli che si ribellano, che si organizzano non soltanto per resistere, ma che si organizzano per costruire un mondo migliore attraverso la via della rivoluzione, della guerra di popolo, della lotta antimperialista armata che possa permettere il cambio reale di questi regimi sul piano sociale, politico e istituzionale.
E’ la voce delle rivoluzioni di nuova democrazia nei paesi oppressi dall'imperialismo, è la voce delle rivoluzioni proletarie che in tutto il mondo occorre sviluppare come alternativa alla guerra imperialista mondiale, al fascismo e all'oppressione, miseria e rapina dei popoli.
Questo blog quindi sta svolgendo, ben al di là delle forze che lo sostengono e lo organizzano, un ruolo importante su un fronte fondamentale della lotta di classe su scala mondiale e della lotta rivoluzionaria in questa fase particolare della storia del mondo.
Ebbene, questo blog, nella giornata di ieri, ci è stato comunicato che è chiuso, che “i suoi contenuti non sono compatibili” con l'impostazione di chi ci ha permesso finora di uscire.
Non sono compatibili lo si capisce bene dai suoi contenuti. Il nostro obiettivo è di non fare dei blog compatibili, perché compatibili vuol dire compatibili con la permanenza e continuità del sistema imperialista e capitalista nel mondo e di conseguenza dello sfruttamento, oppressione, genocidi, massacri, repressione dei proletari e dei popoli del mondo.
Denunciamo a tutti questo attacco frontale che ci viene fatto e naturalmente chiamiamo tutti a contribuire affinché esso non passi.
Faremo certo opposizione, ma non abbiamo alcuna fiducia a una opposizione legale a questo.
Dovremo in qualche maniera dare vita a un nuovo blog che chiediamo a tutti di sostenerlo in tutte le forme. Nessuno può chiudere Maoist Road perché nessuno può fermare e mettere a tacere la voce dei proletari e dei popoli del mondo che lottano contro l'imperialismo, il fascismo nel mondo e che vogliono, con la loro lotta, cambiare la faccia della terra, perché c'è un mondo da conquistare spezzando le catene dell'oppressione.
Inghilterra, vietato manifestare per la Palestina: altri 16 arresti
Nel Regno Unito cambiano i governi, ma a quanto pare la repressione del movimento solidale con la Palestina no. Proprio mentre Andy Burnham teneva a Liverpool il suo primo congresso da premier laburista, circa 200 persone si sono riunite per protestare contro la messa al bando di Palestine Action, individuato dalla precedente maggioranza come gruppo terrorista. Come in tante altre occasioni negli ultimi mesi, è bastato reggere un cartello con scritto: «Mi oppongo al genocidio. Supporto Palestine Action» per far scattare gli arresti a Liverpool. Domenica scorsa sono state arrestate 15 persone, cui si aggiunge il fermo di Robert Del Naja, frontman dei Massive Attack, il giorno precedente.
È durata circa due ore la manifestazione di Liverpool, organizzata nei pressi del Liverpool Experience Campus, sede scelta dal Partito Laburista per la sua conferenza annuale. La piazza ha visto schierati in prima linea medici, sacerdoti e pensionati che, rispondendo alla chiamata dell’organizzazione Defend Our Juries, hanno puntato il dito contro la repressione del dissenso. Appellandosi alla sezione 13 del
Terrorism Act — che vieta di mostrare o indossare scritte a sostegno di organizzazioni proibite — gli agenti hanno proceduto con gli arresti. Per lo stesso motivo era stato fermato qualche ora prima Robert Del Naja, che ai poliziotti ha detto di non riconoscere il reato contestatogli. Per il frontman dei Massive Attack si tratta del secondo fermo in pochi mesi: già ad aprile aveva manifestato a sostegno di Palestine Action, venendo arrestato insieme ad altre 500 persone. Sono più di 3mila gli arresti effettuati dalla polizia britannica da quando, nel giugno del 2025, l’allora ministra dell’Interno Yvette Cooper ha deciso di inserire Palestine Action tra le organizzazioni terroristiche, criminalizzando attivisti e sostenitori.
Sin dalla sua costituzione nel 2020, Palestine Action si è distinta per azioni dirette e dal basso a sostegno del popolo palestinese. Di fronte al genocidio perpetrato da Israele, l’organizzazione ha realizzato diverse azioni di boicottaggio e sabotaggio, come nel caso dell’irruzione, a Bristol, nella fabbrica dell’israeliana Elbit Systems. Parte delle accuse sono nel corso del tempo cadute, mentre la designazione di organizzazione terroristica è tutt’oggi oggetto di valutazione da parte della magistratura britannica.
I manifestanti chiedono al nuovo governo un intervento immediato, ripristinando la legalità di Palestine Action. Per questo motivo si sono presentati a Liverpool, nei pressi dei lavori congressuali, che andranno avanti fino al 30 settembre. Il premier Burnham — il settimo nel giro di un decennio — avrà modo di definire ulteriormente i contorni del suo mandato. Dal basso, organizzazioni e cittadini spingono per aumentare il sostegno al popolo palestinese e rompere i rapporti con Israele. A inizio settembre hanno ottenuto un primo risultato: il Regno Unito ha infatti promosso un’azione congiunta con altri 11 Paesi occidentali per vietare i prodotti provenienti dalle colonie israeliane in Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale.
Salvatore Toscano
8/27/26
Siamo tutti terroristi! L’attacco al collettivo Autistici/Inventati riguarda tutti noi.
Il 26 agosto il governo degli Stati Uniti ha inserito Autistici/Inventati nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224 designandola come organizzazione terroristica globale.
Una decisione che si inserisce nella politica dell’amministrazione Trump, che nel 2025 ha designato Antifa come organizzazione terroristica. L’invenzione di questa presunta organizzazione è un teorema funzionale alla costruzione di un nemico interno, per delegittimare il dissenso e criminalizzare l’antifascismo. In questo quadro viene colpito anche A/I, in quanto nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, che offre strumenti di autodifesa digitale e di comunicazione libera. Insieme ad A/I sono state colpite anche Palestine Action e Masar Badil.
Non è un episodio isolato. Dal processo di Budapest e procedimenti contro gli antifascistx, i ricorsi al Mandato di arresto Europeo fino alla chiusura di alcuni conti correnti della cassa di solidarietà Rote Hilfe, vediamo dispositivi diversi che producono lo stesso effetto: delegittimare l’antifascismo e criminalizzare il dissenso.
Il filo rosso che li lega è il tentativo di isolare chi lotta, colpire gli strumenti attraverso cui ci si organizza e spezzare i legami di solidarietà.
Per questo il supporto e la difesa di Autistici/Inventati riguarda tuttx noi. Difendere gli spazi autonomi di comunicazione e dissenso significa difendere la possibilità di costruire solidarietà.
#FreeAllAntifas
Da Osservatorio repressione:
Washington inserisce il collettivo italiano nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.
Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.
Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo.
Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.
Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici. Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.
Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.
È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana. La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.
Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?
La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.
È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.
Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.
Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti. Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’antiterrorismo.
Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e sicuritaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.
È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di terrorismo; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.
È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.
Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.
Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.
È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.
Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.
Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».
Ed è precisamente questo il punto.
La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.
Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’antiterrorismo che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.
Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.
Il comunicato del Collettivo:
Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.
Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente.
Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra.
L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità.
8/23/26
Processo Ulm5 – Il palcoscenico della repressione contro la solidarietà pro palestinese in Germania
Da settembre 2025, Vi, Daniel, Crow, Leandra e Zo si trovano in detenzione preventiva, in isolamento per 23 ore al giorno, in cinque carceri diverse, con un’ora al mese per parlare con i loro cari. La soglia massima per la detenzione preventiva, giustificata dal paragrafo 129 del Codice penale tedesco, è di sei mesi. I ribattezzati “Ulm5” sono incarcerati da quasi un anno. Non è mai stata offerta loro la libertà su cauzione.
Nella notte dell’8 settembre 2025, i cinque attivisti sono entrati nella sede tedesca di Elbit Systems, situata appunto ad Ulm, nella Germania del Sudovest. Elbit Systems è il più grande fornitore di armi privato di Israele, supportando quindi concretamente il genocidio della popolazione palestinese a Gaza (e non solo) da quattro anni a questa parte. Gli Ulm5 si sono ripresi, camuffati, mentre distruggevano alcuni macchinari nell’edificio al suono del coro “Free Palestine”. Quando arrivano le Forze dell’Ordine, si fanno sgomberare senza opporre resistenza. Nessuno di loro ha dei precedenti penali.
Queste poche ore sono costate loro le accuse di violazione di proprietà, danneggiamento (stimato intorno al milione di euro), e soprattutto, di partecipazione a un’organizzazione criminale. Che giustifica appunto l’uso del paragrafo 129.
Tutto quello che è successo dopo è molto più di un semplice procedimento legale.
È uno spettacolo ammonitorio, di cui gli Ulm5 sono il capo espiatorio per mostrare cosa succede a chi, in Germania, osa nominare e agire contro il genocidio che Israele perpetua e il massiccio, costante e concreto supporto che la Germania gli sta offrendo (ad oggi, la Germania è la seconda nazione con il maggiore invio di armi ad Israele; da anni a questa parte, politici tedeschi definiscono la “sicurezza di Israele” come “la ragion di stato” – Staatsräson – della Germania).
Ogni parte di questo processo è un monito per tutto il movimento pro Palestina che da ormai quattro anni sfida la Staatsräson tedesca.
Anche la scelta del tribunale dove si tiene il processo degli Ulm5 è tutt’altro che casuale. Si tratta del tribunale di Stammheim, a Stoccarda (con annesso il proprio carcere di massima sicurezza, in cui è attualmente detenuto uno dei 5, Crow) costruito ad hoc negli anni ’70 per i processi contro i membri della RAF (Frazione dell’Armata Rossa). Dopo l’inizio del processo effettivo, a fine aprile del 2026, le misure già sproporzionate nei confronti degli Ulm5 non hanno fatto altro che accumularsi ulteriormente.
In tutte le 15 udienze tenutesi a Stammheim fino ad ora, Leandra, Vi, Crow, Zo e Daniel sono stati scortati in aula, ammanettati, da una guardia del tribunale a testa. Si trovano costantemente dietro ad un massiccio vetro antiproiettile, separati fisicamente dal loro team di difesa, composto da undici avvocati e avvocate. Non è raro che i microfoni con cui questi dovrebbero poter comunicare con i loro clienti siano spenti. La difesa ha costantemente reiterato la richiesta di cambiare questa disposizione in aula. Il diritto di un imputato ad una comunicazione efficace con la propria difesa è, in teoria, difeso dalla Convenzione Europea per i Diritti Umani (ECHR) e anche ai membri della RAF di allora era permesso sedere accanto ai loro avvocati. La mozione è stata sempre rifiutata dalla giudice statale per motivi di “sicurezza”. A giornalisti e a rappresentanti politici in veste di osservatori viene regolarmente impedito di portare in aula computer, carta e penna. All’undicesima udienza non fu permesso a dei europarlamentari irlandesi di portare una matita all’interno del tribunale. La politica irlandese è stata l’unica a tentare una protesta contro il trattamento vergognoso di un concittadino – Daniel -, gli altri paesi di cui i 5 possiedono un passaporto – Regno Unito, Spagna, e la stessa Germania – non hanno sprecato una parola a riguardo (solo di tanto in tanto, rappresentanti del partito tedesco Die Linke raggiungono Stammheim).
L’intenzione della persecuzione statale è chiara: Impedire il più possibile la documentazione delle violazioni dei numerosi diritti umani e legali che si compiono in ogni udienza dentro all’aula di Stammheim. Questo si estende anche fino al pubblico (fra cui i famigliari degli Ulm5) che dall’inizio del processo ha sempre riempito il tribunale, nonostante le udienze si svolgano miratamente nell’aula più piccola della struttura. La giudice statale ha minacciato più volte di chiudere le udienze al pubblico se questo avesse continuato a quello che lei definisce “interferire”; quando sono andata ad osservare un’udienza a luglio, ha proibito di usare “l’applauso silenzioso” (alzare le mani e scuoterle silenziosamente in segno di assenso, per intenderci).
Le udienze del processo passano in gran parte così, fra continue contestazioni della difesa alla vergognosa disposizione dei loro clienti (che anche quando soli con i loro avvocati, sono divisi da un vetro antiproiettile) , denunce alla libertà di informazione, e mozioni per il ritiro dell’attuale giudice. Intanto, ogni appello del team di difesa alla persecuzione statale di indagare sul ruolo di Elbit Systems nel genocidio perpetuato da Israele è rimasto senza risposta. È con questi dati di fatto che la difesa intende motivare le azioni dei loro clienti, secondo il paragrafo 34 del Codice penale tedesco, ossia lo “stato di necessità giustificante” (Rechtfertigender Notstand). Il paragrafo permette la contestualizzazione di un atto che sarebbe teoricamente illegale ma che nell’istanza specifica mira ad impedire un danno più grave- nel caso degli Ulm5, rallentare lo sterminio di un’intera popolazione “anche solo per poche ore”, come hanno dichiarato i cinque imputati all’inizio del processo. Fino ad adesso, in nessuna delle udienze, la persecuzione statale ha menzionato l’uso delle armi prodotte da Elbit Systems, bypassando completamente le mozioni e la linea di difesa degli avvocati.
Il caso Ulm5 è il palcoscenico che rappresenta la realtà della Germania odierna. Durante alcune delle ultime udienze estive, in un’altra aula di Stammheim, si è tenuto il processo contro dei membri dei Reichsbürger – “membri del Reich” -, dei neonazisti accusati, fra le altre cose, di tentato omicidio e possesso di armi. Alcuni di loro sono stati liberati su cauzione prima dell’udienza. Tutti potevano sedere comodamente accanto ai loro legali. Nello stesso edificio, Daniel, Crow, Leandra, Vi e Zo sono ammanettati e divisi dai loro avvocati, e a settembre saranno incarcerati in isolamento totale da un anno.
Le udienze del processo contro gli Ulm5 sono calendarizzate fino a gennaio (in origine, dovevano finire a luglio). Nonostante le intimidazioni, ad ogni udienza, l’aula è piena e si tengono presidi solidali davanti al tribunale. A chiunque voglia seguire il processo viene offerta ospitalità dagli spazi di Stoccarda. Osservare e condividere cosa succede all’interno di Stammheim è il supporto più grande che possiamo dare agli Ulm5 e a tutto il movimento palestinese in Germania e non.
Per aggiornamenti regolari sul processo e comunicati stampa, invito a seguire @theulm5 su Instagram. Free the Ulm5.
di Cecilia F.Z.
* foto in copertina di Hebh Jamal
8/22/26
L’accanimento continua: Giorgio di nuovo in carcere
Nella serata di ieri, senza alcuna avvisaglia, Giorgio è stato prelevato dai Carabinieri di Susa dalla sua dimora sopra la Credenza a Bussoleno e tradotto nel carcere delle Vallette.
A determinare il ritorno in casa circondariale è stata la revoca della misura alternativa concessagli dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di non ben specificate violazioni delle prescrizioni imposte.
Nel mese di marzo, dopo aver già passato parecchi mesi sottoposto alle misure stabilite dal Tribunale di Sorveglianza, guarda caso il giorno stesso della sua liberazione, Giorgio era stato nuovamente posto agli arresti domiciliari per scontare un’altra pena che avrebbe concluso in autunno. Invece, torna nuovamente in carcere.
Una nuova pagina della vicenda giudiziaria che lo riguarda e che da anni accompagna la sua storia all’interno del Movimento No Tav. Una vicenda che ognuno di noi ha seguito passo dopo passo e che ancora una volta ci porta a fare i conti con la dimensione di accanimento verso chi continua a colpire chi lotta contro la Torino-Lione.
Continueremo, dunque, a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato confermato il carcere, la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in città, nelle piazze come nei sentieri, consapevoli che la sua storia. che è la nostra storia di tanti e tante altre No Tav, è parte di un percorso collettivo che certo non si interromperà con le porte di un carcere.
Giorgio libero subito!
Tutti e tutte liber*!
Da NOTAV.INFO
il compagno Deniz Pektaş è libero – la solidarietà e la mobilitazione ha pagato! info soccorso rosso proletario
Avrupa Haber
Solidarity and struggle have brought results! Deniz Pektaş is free! – issued by Avrupa Haber
Pektaş sent his revolutionary greetings to everyone who supported him.
Deniz Pektaş, who was detained on the morning of 17 August in the Italian city of Ancona on the basis of an Interpol notice issued at the request of the Turkish state and under the allegation that he was an “activist of the illegal TKP/ML”, has been released.
As a result of the solidarity and support shown by revolutionary and democratic organizations, together with the legal struggle conducted by his lawyers, the court in Ancona today decided to lift the detention measure imposed on Deniz Pektaş and order his immediate release.
During the hearing, Deniz Pektaş stated that, because of his political activities, he has for many years been subjected to repression, surveillance and investigations by fascism. He emphasized that such policies of repression, detention, persecution and intimidation cannot deter revolutionaries from their struggle or break their determination.
Deniz Pektaş expressed his thanks to everyone who showed solidarity with him during the period in which he was deprived of his freedom. In particular, he thanked his comrades from Partizan, all revolutionary and democratic organizations that issued statements of solidarity and support, his friends, and everyone who closely followed the process and stood in solidarity with him.
Pektaş sent his revolutionary greetings to everyone who supported him.
Solidarity and struggle have brought results!
Deniz Pektaş is free!
La solidarietà e la lotta hanno dato i loro frutti! Deniz Pektaş è libero! – comunicato diffuso da Avrupa Haber
Pektaş ha inviato i suoi saluti rivoluzionari a tutti coloro che lo hanno sostenuto.
Deniz Pektaş, arrestato la mattina del 17 agosto nella città italiana di Ancona sulla base di un mandato di ricerca emesso dall’Interpol su richiesta dello Stato turco e con l’accusa di essere un «attivista del partito illegale TKP/ML», è stato rilasciato.
Grazie alla solidarietà e al sostegno dimostrati dalle organizzazioni rivoluzionarie e democratiche, insieme alla battaglia legale condotta dai suoi avvocati, il tribunale di Ancona ha deciso oggi di revocare la misura di detenzione imposta a Deniz Pektaş e di ordinare il suo immediato rilascio.
Durante l’udienza, Deniz Pektaş ha affermato che, a causa delle sue attività politiche, da molti anni è oggetto di repressione, sorveglianza e indagini da parte del fascismo. Ha sottolineato che tali politiche di repressione, detenzione, persecuzione e intimidazione non possono scoraggiare i rivoluzionari dalla loro lotta né spezzare la loro determinazione.
Deniz Pektaş ha espresso la sua gratitudine a tutti coloro che hanno dimostrato solidarietà nei suoi confronti durante il periodo in cui è stato privato della libertà. In particolare, ha ringraziato i suoi compagni di Partizan, tutte le organizzazioni rivoluzionarie e democratiche che hanno rilasciato dichiarazioni di solidarietà e sostegno, i suoi amici e tutti coloro che hanno seguito da vicino il processo e si sono schierati al suo fianco.
Pektaş ha inviato i suoi saluti rivoluzionari a tutti coloro che lo hanno sostenuto
8/20/26
La corte di appello francese dice sì all’estradizione di Gino in Germania, massima informazione e mobilitazione
Da Free all Antifas Italy
VOGLIONO ESTRADARE GINO!!
URGENTE – RESOCONTO DELL’UDIENZA DEL 19/08: LA CORTE SI PRONUNCIA A FAVORE DELL’ESTRADIZIONE DI GINO
Oggi si è tenuta l’udienza del nostro compagno e amico Gino davanti alla Corte d’appello di Parigi, che si è pronunciata a favore della sua estradizione in Germania entro 10 giorni.
I giudici hanno ceduto alle pressioni dell’Unione Europea e di Europol, calpestando tutti i principi dell’indipendenza della magistratura e delle libertà fondamentali.
Fin dall’inizio del caso Budapest, la Germania si è dimostrata particolarmente severa, condannando diversi compagni a pene detentive effettive. Se Gino venisse estradato, rischierebbe almeno 10 anni di reclusione in Germania, ma possiamo davvero fidarci di un paese che non ha esitato a violare le regole più elementari del diritto estradando in Ungheria Maja, detenuta da due anni in condizioni indegne? Ricordiamo che l’Ungheria aveva richiesto l’estradizione di Gino, che rischiava 24 anni di reclusione nelle carceri ungheresi. La Francia aveva deciso di rifiutare la sua estradizione e deve farlo anche nei confronti della Germania, che vuole fare di questo caso un esempio contro gli antifascisti.
Abbiamo poco tempo: è più che mai necessario mobilitarsi in massa e dimostrare il proprio sostegno in ogni modo possibile (comunicati di sostegno, striscioni, manifesti, raduni davanti alle ambasciate, ecc.) per evitare a Gino un’imminente estradizione.
Non allentiamo la pressione e continuiamo il nostro lavoro di solidarietà: Gino non deve essere estradato.
Da Il Manifesto
Il processo a “Gino” Ricercato per la stessa inchiesta di Ilaria Salis e Maja T, rischia di essere poi spedito in Ungheria. Ultima speranza la Corte suprema, l’appello per ora blocca la procedura
Rexhino “Gino” Abazaj siede sconfortato su una delle panchine in un atrio sotterraneo della Corte d’appello di Parigi. Questa volta la decisione della giustizia francese è particolarmente difficile da incassare. Il militante antifascista italo-albanese, ricercato dall’Ungheria e dalla Germania per gli stessi fatti contestati a Ilaria Salis, dovrà essere «consegnato alle autorità giudiziarie tedesche» nel giro di dieci giorni, ha deciso la Corte d’appello di Parigi ieri. Abazaj – assieme ad altre decine di militanti in tutta Europa – è ricercato dall’Ungheria per violenze che sarebbero state commesse a margine delle contestazioni avvenute in occasione di un raduno annuale di neonazisti europei a Budapest, tenutosi nel febbraio del 2023.
L’UDIENZA di ieri è l’ultima di un calvario che dura da più di tre anni e che rischia di concludersi con una detenzione a Budapest, malgrado i divieti imposti un anno fa dalla giustizia francese. La prima domanda di estradizione risale infatti al 2023. A quell’epoca Abazaj viveva in Finlandia da otto anni, paese dal quale è fuggito dopo che le corti locali avevano accettato di estradarlo. Giunto in Francia, è stato arrestato dai servizi nel 2024 e detenuto per quattro mesi nella prigione di Fresnes. Dopo una complicata battaglia giudiziaria, il 9 aprile 2025 la Corte d’appello di Parigi ha rifiutato definitivamente la domanda di estradizione avanzata dai magistrati ungheresi a causa del «trattamento disumano e degradante» che avrebbe potuto subire in Ungheria, dei dubbi sulla «indipendenza del potere giudiziario» locale e della sproporzione tra i fatti contestati e la pena alla quale rischiava di essere condannato.
LA VICENDA sembrava allora giunta alla sua conclusione. Tuttavia, appena 19 giorni dopo, un nuovo mandato d’arresto europeo è stato notificato ad Abazaj, per gli stessi fatti ma diramato questa volta dalla giustizia tedesca. Nel mandato d’arresto tedesco Gino è accusato di aver preso parte a «un’organizzazione criminale di estrema sinistra» il cui obiettivo era di «aggredire estremisti di destra in Germania e in altri paesi europei», «in particolare in occasione dell’evento “giorno dell’onore” a Budapest nel febbraio 2023». Qualora la giustizia francese consegnasse Abazaj alla Germania, quest’ultima potrebbe rinviarlo in Ungheria, dove è tutt’ora ricercato, malgrado il divieto imposto dalla sentenza della Corte parigina pronunciata più di un anno fa. «La procedura tedesca è fondata su quella ungherese», ha spiegato Youri Krassoulia, avvocato di Gino Abazaj, all’uscita dall’udienza.
«GINO VIENE INVIATO in Germania senza alcun controllo sul seguito degli eventi e su di un’eventuale estradizione in Ungheria», ha detto Krassoulia, per il quale l’ordinanza di ieri è «una decisione scandalosa». «La Francia si appresta a consegnare Gino alle autorità tedesche ben sapendo che la tappa successiva è un probabile trasferimento verso l’Ungheria, è inaccettabile che la questo paese collabori alla caccia ai militanti antifascisti», ha aggiunto Thomas Portes, deputato de La France Insoumise, anch’egli presente in Corte d’appello ieri. Quella di Abazaj è una procedura inedita: due mandati d’arresto europei, originati da due paesi diversi sui medesimi fatti e nei confronti della stessa persona, tra i quali è intervenuto un primo giudizio negativo fondato su motivazioni politiche e umanitarie. Nei mesi trascorsi contestando il secondo mandato d’arresto, quello tedesco, gli avvocati di Abazaj hanno chiesto che la Germania assicurasse che il loro cliente non sarebbe stato estradato in Ungheria, una volta giunto al di là del Reno. «La domanda è stata completamente ignorata», ha detto Krassoulia, «in questa decisione non c’è alcuna menzione dell’Ungheria». In pratica, secondo l’avvocato, i giudici francesi si sono fidati «di un pezzo di carta dei tedeschi» e di poco altro.
TRA IL RIFIUTO della prima domanda di estradizione proveniente dall’Ungheria e l’avallo della seconda di origine tedesca, sarebbe intervenuta «una pressione» sui giudici per legittimare forme di «cooperazione tra polizie» volte a «braccare dei militanti politici», ha detto Krassoulia. Un’attenzione particolare è riservata a «un certo tipo di militanza, per la quale si preferisce fondarsi sulla cooperazione tra polizie piuttosto che sulle regole elementari del diritto», secondo l’avvocato. Abazaj e i suoi legali hanno annunciato che faranno ricorso in Cassazione. Il ricorso ha valore sospensivo, quindi l’estradizione non potrà avere luogo prima del responso dei giudici, che avranno 40 giorni di tempo per pronunciarsi. Al responso dell’alta corte l’estradizione e la vita di Abazaj restano appese, come a un filo.
Antifa condannate e Gino estradato, non lasciamoli soli. Rafforzare la solidarietà
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